L’Eurozona studia il giapponese?

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Molti parlano di vera e porpria Japanifiacation dell’area Euro, ma la risposta è eterogenea. Alcuni tratti in comune sono innegabili: per esempio la traiettoria di crescita, il trend demografico naturalmente, ma anche l’eredità della crisi in termini di convalescenza del settore finanziario.

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Non mancano tuttavia le divergenze su aspetti di fondamentale importanza, in special modo per quanto riguarda l’intonazione della politica monetaria. Il risultato su alcuni aspetti non è univoco con, per esempio, una performance del mercato azionario che non ha ancora cancellato gli effetti della crisi, ma che sta mostrando un andamento molto più convincente nel Vecchio Continente. Il punto principale è allora il fatto che i dubbi rimangono e che l’Eurozona è ancora a rischio. Senza dubbio ciò significa anche che gli sforzi fatti hanno messo il Vecchio Continente su una traiettoria diversa dal percorso intrapreso dal Giappone, ma anche che la battaglia è tutt’altro che vinta. Uno dei principali fattori del crollo giapponese è lo stato di salute del suo sistema finanziario, che ha zavorrato la crescita impedendo di fatto una ripresa più evidente. L’andamento del settore bancario europeo è sorprendentemente vicino a quello nipponico, dato questo di certo preoccupante.

Se dovessimo evidenziare la più importante differenza tra l’esperienza giapponese ed europea, faremmo riferimento alla velocità e alla portata della risposta in termini di politica monetaria. La BoJ ha incassato più di una critica per la sua reazione ai maggiori problemi, giudicata troppo timida e tardiva. Siamo sicuri la BCE abbia fatto di meglio? La differenza, a giudicare dall’evoluzione dei tassi, è palese. Prendiamo come data di inizio della crisi il picco del mercato azionario – dicembre 1989 nel caso del Giappone e maggio 2007 nel caso dell’area Euro. Il famoso “ZIRP” (Zero Interest Rate Policy) è stato introdotto in Giappone nell’aprile 1999, cioè 9 anni e 4 mesi dopo il picco registrato dal mercato, mentre la BCE è stata più veloce di 2 anni. La differenza è obiettivamente notevole, ma forse non così determinante. Diventa però più sostanziale per quanto riguarda la transizione ai rendimenti negativi: 7 anni e 4 mesi dopo l’inizio della crisi in Europa, mentre il tasso giapponese a tre mesi non c’è ancora, dopo ormai 20 anni.

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E si tratta di una differenza importante perché mentre la BoJ da un lato ha sviluppato una politica di tassi zero, dall’altro ha sempre comunicato l’idea di una futura normalizzazione. Ed è il dato sulle aspettative sui tassi a mostrare come l’aggressività del messaggio sia inferiore a quella della BCE. I tassi lunghi, usiamo come riferimento il tenor a 10 anni, sono crollati molto più velocemente nell’Eurozona, ad un ritmo quasi 3 volte più rapido: in sintesi, la BCE è stata più aggressiva e più veloce della BoJ. Per avere un quadro completo, naturalmente, bisogna parlare anche del quantitative easing. Il bilancio della BoJ rappresenta attualmente il 133% del PIL del Paese rispetto al 63% nel caso della BCE. Ma anche qui, la BCE ha reagito più velocemente della BoJ: allo stesso punto del ciclo, la BoJ aveva un bilancio di circa il 25% del PIL e ci è voluto più di un decennio per raggiungere il livello in cui si trova attualmente la Banca centrale europea. In conclusione: sia in termini di livello dei tassi che di quantitative easing, la BCE ha reagito più velocemente e più aggressivamente della Banca centrale del Giappone. La lezione del “troppo poco e troppo tardi” è stata assimilata e la funzione di reazione è stata quindi modificata. Questo significa che la BCE terrà l’economia dell’Eurozona fuori da un processo di Japanifacation? Non è detto: il trattamento somministrato al paziente è diverso, ma questo non significa che anche il risultato sarà necessariamente diverso.

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