ESG e rendimenti: davvero “non costa nulla”? Cosa dicono meta-analisi, dati sui fondi e la stampa internazionale

La tesi che prende piede fuori dall’Italia: la sostenibilità “materiale” non è un lusso etico, ma un pezzo di gestione del rischio. Con una postilla: l’etichetta ESG da sola non basta più

L’idea che integrare fattori ESG (ambientali, sociali e di governance) penalizzi automaticamente la performance finanziaria è sempre più difficile da sostenere con i numeri. Il punto, semmai, è un altro: quale ESG, come viene integrata e con quali obiettivi. Qui la ricerca accademica spesso citata dagli operatori globali converge su una conclusione decisamente condivisaa: l’integrazione ESG, in media, non mostra un “costo strutturale” in termini di rendimento e tende a essere associata a una migliore gestione dei rischi, soprattutto quando la volatilità sale. A sostegno c’è la sintesi del Center for Sustainable Business della NYU Stern School of Business, che raccoglie e ordina evidenze da oltre mille studi sul rapporto tra ESG e performance finanziaria, evidenziando una prevalenza di risultati neutri o positivi rispetto a quelli negativi.

Questo non significa che “l’ESG batte sempre il mercato”, né che ogni fondo sostenibile sia destinato a fare meglio. Significa, più prosaicamente, che per molti investitori l’ESG è diventato un modo per ridurre rischi difficili da rilevare con i soli bilanci: esposizione a shock regolatori, contenziosi, incidenti operativi, governance fragile, dipendenze di filiera, vulnerabilità climatica. È il filo conduttore di molta ricerca recente: anche lavori accademici più focalizzati su disclosure e performance mostrano correlazioni positive tra qualità dell’informativa ESG e variabili economico-finanziarie (innovazione, efficienza degli investimenti, risultati aziendali), pur con forte eterogeneità tra settori e Paesi.

Ma performance deludenti in alcuni segmenti

I dati di mercato, però, aggiungono una sfumatura importante: non è un’era “lineare” per i fondi sostenibili. Reuters ha riportato che nel 2024 gli afflussi globali verso i sustainable funds si sono dimezzati e che in Europa chiusure e fusioni hanno superato i nuovi lanci, con l’effetto combinato di performance deludenti in alcuni segmenti (ad esempio il rinnovabile in certe fasi di tasso) e backlash politico anti-ESG.
È un dato che non contraddice la tesi “nessun costo strutturale”, ma ricorda che i cicli contano: se l’ESG viene interpretata come “scommessa settoriale” (solo clean tech, solo rinnovabili), può subire drawdown severi; se invece è integrazione trasversale e basata sulla materialità, tende ad assomigliare di più a una disciplina di gestione del rischio.

Qui entra la parte più interessante dei commenti internazionali: molti media stanno “spostando” il frame dall’ESG come bandiera all’ESG come resilienza. The Wall Street ha sintetizzato bene questa evoluzione: l’etichetta è diventata tossica in alcuni contesti politici, ma il contenuto, dalla gestione di rischi climatici e sociali alla governance, resta centrale, soprattutto per investitori istituzionali e imprese. E il Financial Times, pur registrando l’onda lunga dello scetticismo e della revisione dei prodotti, nota che il “mercato dei dati” ESG e climatici continua a crescere e che la domanda per strumenti di misurazione non sta scomparendo: sta cambiando forma, diventando più selettiva e più legata a casi d’uso concreti (risk, compliance, supply chain, transizione).

Cosa significa davvero “non costa nulla”

“Non costa nulla” significa che, in media e nel lungo periodo, l’integrazione ESG non mostra un underperformance sistematica rispetto a strategie tradizionali comparabili per rischio. Le meta-analisi più citate (NYU Stern, Università di Oxford, Harvard) mostrano che la maggioranza degli studi trova performance neutrali o positive, i casi di underperformance non sono statisticamente dominanti.

Quindi: non c’è un “pedaggio ESG” inevitabile da pagare per essere sostenibili.

Il costo è nei trade-off di breve periodo, non nel modello. L’ESG può “costare” nel breve periodo quando esclude settori ciclici molto redditizi in certe fasi (oil & gas, difesa), è applicato come filtro rigido anziché come integrazione del rischio, si concentra su temi specifici (es. solo rinnovabili) in momenti sfavorevoli. Ma questi sono effetti ciclici, non strutturali. Nel medio-lungo periodo, i portafogli ESG tendono a recuperare, mostrare minore volatilità, subire drawdown meno profondi nelle crisi.

“Non costa nulla” ovvero “non richiede investimento”

Integrare ESG ha sì un costo operativo (dati, analisi, governance, engagement) ma questi costi non sono una perdita di rendimento, sono un investimento in risk management, un modo per anticipare rischi normativi, legali, reputazionali. Quando l’ESG sembra costare, spesso non è ESG: è marketing, è concentrazione settoriale mascherata, è greenwashing.

L’ESG “di facciata” non regge più

Il risultato è che l’ESG “di facciata” non regge più. Tra indagini, multe e cause, il rischio reputazionale del greenwashing ha spinto i gestori a una ritirata tattica: meno promesse salvifiche, più documentazione e controlli. Il WSJ ha seguito casi emblematici, come la sanzione in Germania a DWS per comunicazioni ESG giudicate fuorvianti, diventata un segnale per l’intera industria: dire “sostenibile” senza prove è ormai un rischio legale, prima ancora che commerciale.

In sintesi, l’affermazione “la sostenibilità efficace non è un lusso etico, ma una componente razionale della gestione finanziaria” regge, ma va precisata: funziona quando è ESG “reale”, integrata nei processi (analisi, engagement, governance, controllo dei rischi) e non ridotta a filtro ideologico o marketing. La ricerca aggregata (meta-analisi e rassegne) supporta l’idea che non ci sia un pedaggio sistematico sui rendimenti, mentre i dati sui fondi mostrano che il mercato sta punendo soprattutto l’ESG confusa, troppo tematica o poco verificabile. E forse è questa la vera maturazione in atto: meno slogan, più finanza applicata.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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