Fake news, basta la verosimiglianza a farle circolare?
L’ecosistema informativo digitale e i suoi agenti inquinanti
L’Osservatorio sul giornalismo digitale dell’Ordine dei Giornalisti pubblica un interessante report a cura del prof. Davide Bennato (Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche DISUM dell’Università di Catania).
Qui il link al documento originale

Verosimiglianza sotto attacco
Il testo di Davide Bennato sostiene che il pericolo centrale dell’ecosistema digitale non sia soltanto la diffusione delle fake news, ma l’erosione della capacità collettiva di stabilire che cosa sia verificabile. Le persone, nella vita quotidiana, non possono controllare direttamente ogni informazione: si affidano quindi alla verosimiglianza, cioè a ciò che appare coerente, plausibile e conforme alle proprie aspettative. È un meccanismo necessario, ma diventa vulnerabile quando viene sfruttato sistematicamente.
La realtà sociale, spiegano Berger e Luckmann, è costruita attraverso linguaggi, abitudini e istituzioni. Goffman mostra come i frame, le cornici interpretative, orientino la lettura dei fatti; Baudrillard avverte invece che le rappresentazioni possono finire per sostituirsi alla realtà. Nell’era digitale, algoritmi e piattaforme rendono questi meccanismi più rapidi e potenti: non si limitano a distribuire le informazioni, ma ne determinano visibilità, rilevanza e credibilità percepita.
Due fattori aggravano il problema: il sovraccarico informativo, che induce a usare scorciatoie mentali, e la crisi dei tradizionali gatekeeper — giornali, istituzioni, scuola, ricerca — oggi ridotti a una voce fra molte. In questo ambiente, contenuti emotivi, semplificati o perfino generati dall’intelligenza artificiale possono apparire autorevoli pur essendo privi di fondamento.
Il testo distingue efficacemente tra post-verità e post-realtà. Nella post-verità si discute ancora di fatti interpretati in modo diverso; nella post-realtà gruppi diversi abitano universi informativi incompatibili, nei quali sono le comunità stesse a stabilire che cosa sia credibile. La verosimiglianza non è più una qualità del contenuto, ma un segno di appartenenza.
Da qui derivano tre rischi principali: la guerra cognitiva, che punta a manipolare percezioni e comportamenti; l’AI slop, cioè l’enorme quantità di testi, immagini e video plausibili ma poveri di contenuto e controllo; la progressiva normalizzazione di idee estreme attraverso le logiche di visibilità e coinvolgimento delle piattaforme.
Come contrastare le fake news
La risposta non può limitarsi a smentire singole bufale quando sono già diventate virali. Occorre rendere trasparente il percorso con cui si accerta un fatto.
Per giornalisti e redazioni significa indicare le fonti, distinguere nettamente tra dati, opinioni e ipotesi, privilegiare documenti primari e incrociare fonti indipendenti. Il data journalism, le tecniche OSINT e la pubblicazione di dataset e metodologie rafforzano la verificabilità e permettono al lettore di controllare il lavoro svolto.
Servono inoltre giornalisti specializzati, capaci di costruire nel tempo una reputazione su temi specifici, e redazioni organizzate come team: fact-checker, analisti dei dati, esperti di immagini e video, reporter e professionisti della distribuzione digitale. Esperienze come Bellingcat, ICIJ e IrpiMedia mostrano che l’inchiesta contemporanea è sempre più un lavoro collettivo.
Anche il lettore ha un ruolo decisivo: prima di condividere una notizia deve chiedersi chi l’ha pubblicata, quale fonte primaria cita, se esistono conferme indipendenti, quando è stata diffusa e se immagini o video sono autentici e contestualizzati. La velocità favorisce la disinformazione; la verifica restituisce valore alla notizia.
Il punto finale è semplice: non serve meno giornalismo, ma un giornalismo più competente, documentato e trasparente. In un ambiente informativo contaminato, la verifica delle fonti non è un dettaglio tecnico: è una forma essenziale di tutela democratica.
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