Manovra, la flessibilità europea non è un assegno in bianco
Il governo può ottenere nuovi margini per difesa e sicurezza energetica, ma dovrà scegliere tra investimenti strutturali e richieste politiche. I vincoli sui conti pubblici restano in vigore.

La maggiore flessibilità concessa dall’Unione europea apre uno spazio importante per la politica economica italiana, ma non risolve da sola il problema della prossima manovra. Il governo dovrà stabilire quali interventi finanziare, rispettando condizioni precise e contenendo le richieste dei partiti della maggioranza.
Il punto centrale è la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale, prevista dalle regole europee per consentire agli Stati membri di aumentare temporaneamente alcune spese senza violare il percorso concordato sulla spesa netta. Il meccanismo è stato pensato principalmente per sostenere gli investimenti nella difesa, in risposta alle crescenti tensioni internazionali.
Secondo il Consiglio dell’Unione europea, la clausola può garantire una flessibilità massima pari all’1,5 per cento del prodotto interno lordo. Non si tratta però di fondi trasferiti da Bruxelles, quanto della possibilità di discostarsi temporaneamente dai limiti ordinari di bilancio per determinate categorie di spesa. Le risorse devono comunque essere reperite dallo Stato e il loro utilizzo non deve mettere a rischio la sostenibilità del debito.
L’apertura alla sicurezza energetica
Nel 2026 la Commissione europea ha prospettato la possibilità di estendere una parte di questa flessibilità alle misure per la sicurezza energetica, con un limite dello 0,3 per cento del PIL ogni anno e dello 0,6 per cento su base cumulativa. Per l’Italia lo spazio teorico annuale sarebbe nell’ordine di 6,5-7 miliardi di euro.
Anche in questo caso conviene evitare un equivoco: la cifra rappresenta un tetto potenziale, non uno stanziamento già assegnato. Per utilizzare il margine, l’Italia dovrà presentare una richiesta e dimostrare che gli interventi rispettino le finalità stabilite a livello europeo.
Le misure ammissibili dovrebbero contribuire a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati: potrebbero quindi rientrare gli investimenti nelle reti elettriche, nei sistemi di accumulo, nelle energie rinnovabili e nell’elettrificazione degli edifici, dei trasporti e dei processi industriali. La Commissione indica inoltre strumenti come pompe di calore, batterie, infrastrutture di ricarica e sostegni mirati alle famiglie più esposte ai costi della transizione.
Più difficile sarebbe utilizzare la clausola per finanziare un taglio generalizzato delle accise sui carburanti. Un provvedimento del genere avrebbe un effetto immediato sui prezzi alla pompa, ma comporterebbe costi elevati per lo Stato e finirebbe per sostenere anche i consumatori con redditi più alti. Le istituzioni europee privilegiano invece interventi temporanei e selettivi, rivolti ai nuclei familiari e alle imprese più vulnerabili.
La competizione tra le diverse priorità
Il governo deve confrontarsi con esigenze che richiedono risorse consistenti. Oltre alla difesa e all’energia, sul tavolo restano la sanità, le pensioni, la riduzione delle imposte e gli aiuti alle famiglie.
La legge di bilancio 2026 ha già incrementato il finanziamento del Servizio sanitario nazionale di 2,38 miliardi di euro per il 2026 e di 2,63 miliardi per il 2027, con risorse aggiuntive per il personale, la prevenzione, la salute mentale e la telemedicina. Il settore continua però a manifestare necessità rilevanti, legate soprattutto alla carenza di professionisti e alla difficoltà di garantire livelli di assistenza omogenei sul territorio.
A queste esigenze si aggiungono le proposte dei partiti. Riduzioni dell’Irpef, aumenti delle pensioni minime, nuovi interventi fiscali e sostegni contro il caro vita possono produrre un consenso immediato, ma devono essere accompagnati da coperture credibili: non tutte queste misure, infatti, rientrano nella flessibilità concessa dall’Europa.
La distinzione decisiva resta quella tra spesa corrente e investimenti. Un bonus temporaneo può alleviare rapidamente una difficoltà, ma esaurisce i propri effetti quando terminano le risorse. Un investimento nelle reti energetiche o nell’efficienza degli edifici richiede più tempo, ma può ridurre stabilmente i consumi, la dipendenza dall’estero e i costi sostenuti da famiglie e imprese.
I vincoli sui conti non scompaiono
La flessibilità europea non cancella la fragilità dei conti italiani. L’Italia rimane sottoposta alla procedura per disavanzo eccessivo e deve rispettare il percorso di rientro concordato con Bruxelles. Anche le spese ammesse attraverso la clausola possono aumentare il fabbisogno finanziario e, nel tempo, il debito pubblico.
L’Ufficio parlamentare di bilancio richiama proprio la necessità di valutare gli effetti delle decisioni non solo nell’immediato, ma negli anni successivi: una misura finanziata oggi può generare nuovi impegni permanenti, restringendo gli spazi disponibili per le future leggi di bilancio.
La preparazione della manovra sarà quindi soprattutto un esercizio di selezione politica. Il governo dispone di un’opportunità europea, ma dovrà trasformarla in un programma coerente e indicare con chiarezza le priorità, scegliendo tra distribuire le risorse in numerosi interventi di breve durata oppure concentrarle su pochi investimenti capaci di rafforzare il sistema economico.
La flessibilità concessa da Bruxelles offre margini aggiuntivi, ma non sostituisce le coperture né elimina la necessità di scegliere. Sarà la destinazione delle risorse, più che la loro disponibilità teorica, a definire il carattere della prossima manovra.





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