Pensioni future, l’Italia sarà un Paese per anziani: la soluzione è un minimo garantito per tutti
L’Italia sta diventando un Paese sempre più anziano. Le nascite diminuiscono, la speranza di vita aumenta e il numero dei lavoratori rischia di non essere sufficiente a sostenere quello dei pensionati. Questa trasformazione demografica apre una questione decisiva: come garantire una pensione dignitosa alle nuove generazioni, spesso caratterizzate da salari bassi e carriere lavorative discontinue.
Secondo le previsioni dell’Istat, nel 2050 le persone con almeno 65 anni potrebbero rappresentare il 34,6% della popolazione italiana, più di una persona su tre, mentre potrebbe raddoppiare anche la percentuale degli ultraottantacinquenni. Alla crescita della popolazione anziana si accompagna un numero sempre più ridotto di nascite: nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, a fronte di circa 652 mila decessi.

Il problema non è vivere più a lungo, un risultato certamente positivo, ma lo squilibrio crescente tra le generazioni. Il sistema pensionistico italiano funziona prevalentemente a ripartizione: i contributi versati oggi dai lavoratori vengono utilizzati per pagare le pensioni attuali. Se diminuiscono gli occupati e aumentano i pensionati, il sistema subisce inevitabilmente una maggiore pressione.
La Ragioneria generale dello Stato prevede che la spesa pensionistica possa raggiungere un livello vicino al 16-17% del prodotto interno lordo intorno al 2040, per poi iniziare a diminuire grazie al passaggio al sistema contributivo e all’innalzamento dell’età pensionabile. Queste previsioni dipendono comunque dalla crescita economica, dall’occupazione, dall’immigrazione e dalla continuità delle regole pensionistiche.
Il rischio di pensioni troppo basse
Per molti giovani la vera incognita riguarderà meno l’età di uscita dal lavoro e più l’importo dell’assegno. Con il sistema contributivo, infatti, la pensione dipende dai contributi accumulati durante la vita lavorativa. Chi ha un impiego stabile e uno stipendio adeguato potrà costruire una pensione sufficiente, mentre chi alterna contratti brevi, periodi di disoccupazione e lavori sottopagati rischia di ricevere un assegno molto basso.
Le categorie più esposte sono i giovani entrati tardi nel mercato del lavoro, i lavoratori precari, le persone impiegate nel lavoro irregolare e le donne, che ancora oggi hanno mediamente carriere più discontinue e retribuzioni inferiori. I periodi dedicati alla cura dei figli o dei familiari, inoltre, possono tradursi in meno contributi e quindi in una pensione futura più povera.
Per affrontare questa situazione viene proposta l’introduzione di una pensione minima garantita: una somma sufficiente a condurre una vita dignitosa, assicurata a ogni anziano indipendentemente dalle difficoltà incontrate durante la carriera lavorativa. La parte collegata ai contributi continuerebbe a variare in base al lavoro svolto, mentre una quota di base sarebbe finanziata attraverso la fiscalità generale.
Le tutele esistenti non riguardano tutti
In Italia esistono già il trattamento minimo e l’assegno sociale, ma non costituiscono una vera pensione universale. Nel 2026 il trattamento minimo pensionistico è pari a 611,85 euro mensili per tredici mensilità, e non viene riconosciuto automaticamente a tutti.
L’assegno sociale, invece, è destinato alle persone con almeno 67 anni che si trovano in condizioni economiche disagiate. Nel 2026 il suo importo massimo è di 546,24 euro al mese per tredici mensilità, e per riceverlo bisogna rispettare precisi requisiti di reddito e residenza.
Una pensione di base universale avrebbe un funzionamento diverso: garantirebbe una somma minima a tutti gli anziani, alla quale aggiungere la pensione maturata attraverso i contributi. Una soluzione meno costosa potrebbe essere una garanzia selettiva e progressiva, destinata soltanto a chi possiede un reddito basso e ridotta gradualmente all’aumentare delle altre entrate.
Una proposta utile, ma costosa
I vantaggi sarebbero importanti. Una pensione minima potrebbe ridurre la povertà tra gli anziani, tutelare chi ha avuto una carriera fragile e riconoscere indirettamente il valore del lavoro di cura non retribuito, oltre a ridurre il divario pensionistico tra uomini e donne.
La principale difficoltà riguarda però il finanziamento. Una pensione concessa a tutti, comprese le persone più benestanti, avrebbe un costo molto elevato: sarebbe quindi necessario aumentare le entrate fiscali, ridurre altre spese oppure stabilire limiti legati al reddito e al patrimonio. Bisognerebbe anche decidere quale importo garantire, a quale età e dopo quanti anni di residenza in Italia.
La pensione minima, inoltre, non può essere l’unica risposta all’invecchiamento. Servono più occupazione giovanile e femminile, salari adeguati, lotta al lavoro irregolare, servizi per l’infanzia, politiche familiari efficaci e un’immigrazione regolare accompagnata da integrazione lavorativa. È importante anche rendere la previdenza complementare accessibile ai lavoratori con redditi bassi.
Una questione di equità tra generazioni
L’Italia sarà quasi certamente un Paese più anziano, ma non deve necessariamente diventare un Paese esclusivamente “per vecchi”. L’obiettivo dovrebbe essere costruire un sistema capace di proteggere gli anziani senza scaricare un peso eccessivo sulle nuove generazioni.
Una pensione minima garantita potrebbe rappresentare una risposta alla povertà futura, soprattutto per chi ha lavorato a lungo senza riuscire ad accumulare contributi sufficienti. Per essere sostenibile, tuttavia, dovrebbe essere accompagnata da una riforma più ampia del lavoro e del welfare: il futuro delle pensioni dipende infatti dalla qualità dell’occupazione, dalla crescita economica e dalla capacità del Paese di offrire ai giovani un futuro stabile, più che dalla sola età in cui si smette di lavorare.





VIDEO INTERVISTE
Motori
REAL ESTATE
LMF crypto
LMF food
LMF private markets
LMF arte
Legal
LMF green