Poste e Tim, il 30 settembre il cda sull’integrazione: da dove arrivano i 700 milioni di sinergie
Chiusa l’offerta su Tim, per Poste Italiane comincia la fase più complessa. Il consiglio di amministrazione del gruppo si riunisce il 30 settembre per avviare il percorso di integrazione con la compagnia telefonica, di cui ora controlla saldamente il capitale. Sul tavolo ci sono il delisting, le sinergie promesse al mercato e una serie di dossier ancora aperti.

Com’è finita l’offerta
Nella riapertura dei termini, dal 21 al 25 settembre, sono state consegnate circa 410 milioni di azioni, pari al 19,2% del capitale di Tim. Con queste adesioni Poste è salita oltre l’85% della società. La soglia del 90% è rimasta però lontana: il gruppo ha precisato che non si sono verificati i presupposti per il diritto di acquisto previsto dall’articolo 111 del Testo unico della finanza, né per la procedura congiunta che avrebbe consentito di ritirare automaticamente il titolo da Piazza Affari.
La strada verso il delisting
L’uscita di Tim dalla Borsa resta un obiettivo, ma dovrà passare da altre vie. Già nel documento di offerta Poste aveva previsto alternative nel caso in cui il 90% non fosse stato raggiunto, tra cui la fusione di Tim con un’altra società del gruppo. Con una quota superiore all’85% il controllo delle assemblee straordinarie è garantito, quindi un’operazione di questo tipo è nelle mani dell’azionista di maggioranza. I tempi però non sono ancora stati indicati, e per gli azionisti di minoranza sarà decisivo capire a quali condizioni avverrà l’eventuale fusione.
Le sinergie promesse
L’integrazione punta a sinergie per circa 700 milioni di euro. Secondo la ricostruzione di Milano Finanza, la parte più consistente, tra 425 e 450 milioni, arriverebbe dai risparmi di costo legati all’ottimizzazione delle piattaforme informatiche e al consolidamento dei data center, in un arco di due anni. Tra 50 e 75 milioni verrebbero da condizioni di finanziamento migliori, mentre circa 200 milioni sono attesi dalla vendita incrociata di servizi finanziari e assicurativi insieme alle offerte di connettività.
Quest’ultima componente è quella che più dipende dalla risposta dei clienti, perché presuppone che chi usa i servizi telefonici di Tim scelga anche conti, polizze o prodotti di risparmio del gruppo Poste.
I nodi ancora aperti
Il dossier più rilevante è Tim Brasil. Poste deve decidere se tenere la controllata sudamericana, che genera flussi di cassa importanti, oppure cederla per ridurre il debito. C’è poi la vendita di Sparkle, la società dei cavi sottomarini, valutata circa 700 milioni: l’operazione attende il via libera finale dell’autorità statunitense delle comunicazioni e il termine per la chiusura è stato spostato al 15 ottobre.
Restano aperti anche i rapporti contrattuali con FiberCop e Inwit, oggetto di trattative, e la questione della guida di Tim, visto che il mandato dell’amministratore delegato Pietro Labriola scade nella primavera del 2027. Il piano strategico completo del nuovo gruppo sarà presentato nel primo trimestre del prossimo anno.
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