Trump, l’intelligenza artificiale e la Cina. Complotti e rischi dell’AI. Ecco perchè va regolamentata

Per anni si sono scambiati accuse, rivendicazioni di superiorità e annunci sulla capacità dei propri modelli di intelligenza artificiale di battere quelli della concorrenza. Ora, però, qualcosa sembra essere cambiato. Per la prima volta, tre dei principali protagonisti dell’IA statunitense si ritrovano, almeno su un punto, dalla stessa parte: la necessità di interrogarsi sui rischi legati alla velocità con cui queste tecnologie stanno evolvendo.
AI, la necessità di regole e rallentamenti nello sviluppo secondo Anthropic
A rompere il silenzio è stato Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che in un articolo intitolato We must pace the frontier ha chiesto di introdurre regole e rallentamenti nello sviluppo dei modelli di IA più avanzati. Un appello al quale si sono aggiunti Elon Musk, con un laconico «Dario ha ragione», e Sam Altman, Ceo di OpenAI.
Ma Trump non ci sta: chi vince vince tutto
Una posizione che, tuttavia, si scontra con quella della Casa Bianca. Per Donald Trump, infatti, rallentare non è un’opzione se questo significa lasciare spazio alla Cina. «Chi vince nell’IA vince tutto», ha dichiarato il presidente americano il 13 settembre, parlando con i giornalisti in Irlanda a margine dell’Irish Open.
La competizione tecnologica con Pechino è ormai uno degli assi portanti della strategia americana. E mentre Washington e Silicon Valley discutono su chi debba premere il freno, la Cina procede nella direzione opposta: accelera sullo sviluppo dei modelli, ma soprattutto lavora per ampliare il numero di Paesi che potrebbero arrivare a dipendere dalle proprie tecnologie.
La partita cinese: modelli e infrastrutture
Pechino non guarda soltanto alla frontiera tecnologica, ma anche alla costruzione di una propria sfera d’influenza digitale nei Paesi emergenti. La strategia si muove lungo due binari paralleli: i modelli di IA e le infrastrutture necessarie per farli funzionare.
Il primo riguarda i modelli. Al vertice dei Brics di New Delhi, il 13 settembre, il presidente cinese Xi Jinping ha proposto la creazione di una «Brics AI Open Source Zone», una piattaforma di cooperazione sui grandi modelli linguistici pensata come un «ecosistema aperto» a disposizione dei Paesi membri.
Pechino ha inoltre rilanciato l’invito ad aderire alla Waico, la World AI Cooperation Organization, già sostenuta da circa 29 Paesi, tra cui diversi Stati africani e asiatici.
La scelta dell’open source non è casuale. Le aziende cinesi puntano su modelli il cui codice può essere modificato e adattato, mentre le principali società tecnologiche americane continuano a sviluppare sistemi proprietari e a codice chiuso. Per un Paese in via di sviluppo, un modello aperto può significare costi più contenuti e una maggiore possibilità di adattamento alle lingue e ai contesti locali.
È un vantaggio tecnologico, ma anche uno strumento di soft power
Il secondo binario è quello delle infrastrutture. Qui la Cina può contare sugli investimenti realizzati negli ultimi anni nel settore delle telecomunicazioni. Huawei ha conquistato ampie quote di mercato in Africa, Asia e America Latina, proponendo pacchetti integrati e finanziati a prezzi competitivi, proprio in aree nelle quali le aziende occidentali hanno una presenza più limitata.
Molti di questi Paesi si trovano oggi davanti a una nuova fase di investimenti: data center, reti e capacità di calcolo sono indispensabili per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Per Pechino, replicare lo schema già utilizzato nelle telecomunicazioni potrebbe rappresentare un’opportunità strategica.
È ancora presto, tuttavia, per parlare di una vera dipendenza dalla tecnologia cinese. L’adesione ai Brics non equivale automaticamente a un allineamento tecnologico con Pechino. L’India, per esempio, ha tutto l’interesse a non compromettere i propri rapporti con Washington.
La differenza di approccio resta però evidente. Se per Pechino «vincere» significa anche ampliare il numero di Paesi che utilizzeranno i suoi modelli e le sue infrastrutture, gli Stati Uniti puntano soprattutto a conservare il vantaggio interno in termini di capacità di calcolo, semiconduttori, energia e infrastrutture.
Trump: «Nell’IA bisogna vincere»
La risposta della Casa Bianca all’appello di Amodei è arrivata rapidamente. In Irlanda, il 13 settembre, Trump ha ridimensionato la necessità di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, richiamando ancora una volta la competizione con la Cina.
«Siamo davanti alla Cina nell’IA e, sinceramente, voglio che la situazione rimanga così, perché chiunque vinca nell’IA, vince», ha affermato il presidente.
Trump ha lasciato aperto uno spiraglio alla possibilità di introdurre «alcune regole», senza però specificare quali, attribuendo parte degli allarmi a non meglio identificate «forze negative».
Non si tratta, del resto, di una posizione estemporanea. La linea della Casa Bianca è già delineata nell’America’s AI Action Plan, il piano pubblicato il 23 luglio 2025 e significativamente sottotitolato Winning the Race.
Il documento definisce un «imperativo di sicurezza nazionale» il raggiungimento e il mantenimento di un «dominio tecnologico globale indiscusso». Il presupposto è chiaro: il Paese che controllerà il più grande ecosistema di intelligenza artificiale sarà in grado di fissare gli standard globali e di raccogliere i relativi benefici economici e militari.
Tra le misure previste figurano procedure più rapide per la costruzione di data center e impianti per la produzione di semiconduttori, una riduzione dei vincoli normativi, l’esportazione della tecnologia americana verso alleati e partner e controlli più stringenti sull’esportazione verso la Cina delle capacità di calcolo più avanzate.
La corsa all’IA, dunque, non riguarda soltanto la conquista di una posizione di leadership tecnologica. Chi arriverà davanti potrebbe avere anche un ruolo decisivo nel definire le regole tecniche e normative alle quali il resto del mondo sarà chiamato ad adeguarsi.
Washington e Pechino sembrano così seguire due filosofie diverse, ma sono anche due facce della stessa competizione globale.
Il paragone con la guerra fredda non regge
Il linguaggio utilizzato da Trump richiama esplicitamente quello della guerra fredda: «vincere la corsa», «dominio globale», «sicurezza nazionale». È lo stesso schema retorico utilizzato durante la corsa allo spazio contro l’Unione Sovietica, con la Cina che oggi prende il posto di Mosca.
L’analogia, però, si rompe proprio nel punto in cui sembrerebbe più evidente.
Durante la guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica erano due economie sostanzialmente separate, con scambi commerciali limitati. La contrapposizione ideologica coincideva con una vera e propria cortina di ferro.
Oggi il rapporto tra Washington e Pechino è molto diverso. Le due economie restano profondamente interconnesse: dai semiconduttori alle terre rare, dalla manifattura al debito pubblico americano detenuto da investitori cinesi. Una separazione completa dei due sistemi economici appare, allo stato attuale, estremamente difficile.
L’elemento che più richiama la logica della guerra fredda è il controllo sulle esportazioni di semiconduttori avanzati verso la Cina, una politica che, non a caso, lo stesso Amodei sostiene apertamente.
Si tratta però di un cuneo mirato all’interno di un sistema ancora fortemente interdipendente, non della costruzione di due blocchi economici completamente separati.
Usa-Cina: il 24 settembre l’incontro alla Casa Bianca
Il quadro resta quindi estremamente incerto. Non è chiaro quale sarà la prossima mossa di Trump, né quali regole le grandi aziende tecnologiche americane saranno disposte a sostenere. Non è ancora possibile stabilire se il modello open source cinese consentirà davvero a Pechino di ridurre il vantaggio accumulato dagli Stati Uniti.
Una data, però, è già cerchiata in rosso: il 24 settembre, quando Donald Trump e Xi Jinping si incontreranno alla Casa Bianca.
Sul tavolo ci saranno la guerra in Ucraina, la tregua in Iran e la questione della sovranità di Taiwan. Ma è plausibile che una parte del confronto riguardi anche l’intelligenza artificiale.
Pechino non può ignorare il crescente peso delle aziende tecnologiche americane, mentre Washington vorrà probabilmente fare chiarezza sulla strategia cinese legata ai modelli open source.
Più in generale, Stati Uniti e Cina starebbero valutando come affrontare la regolamentazione dei modelli più avanzati: sistemi che potrebbero rafforzare le capacità militari, facilitare attacchi contro infrastrutture critiche o produrre conseguenze profonde sul mercato del lavoro.
La vera partita, dunque, non è soltanto stabilire chi svilupperà l’intelligenza artificiale più potente. È decidere chi avrà la capacità di determinarne i limiti, le regole e, soprattutto, la direzione che prenderà il mondo nei prossimi anni.
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