Il franco svizzero scivola ai minimi da 17 mesi sull’euro: pesa il divario crescente tra Bce e Bns
La moneta elvetica arretra fino a circa 0,947 franchi per euro. Secondo la stampa finanziaria svizzera ed europea, il movimento riflette soprattutto la divergenza dei tassi, il ritorno del “carry trade” e la minore domanda di protezione. Una valuta più debole aiuta esportazioni e turismo, ma rende più costose energia e importazioni

Il franco svizzero perde ulteriore terreno nei confronti dell’euro e raggiunge i livelli più bassi degli ultimi 17 mesi. Nella seduta dell’11 settembre il cambio EUR/CHF, che indica quanti franchi sono necessari per acquistare un euro, ha toccato un massimo intraday vicino a 0,947. La Banca nazionale svizzera ha successivamente indicato un cambio di riferimento pari a 0,9444, mentre la Banca centrale europea ha fissato la parità a 0,9451 franchi per euro.
Il principale fattore alla base della discesa del franco è la crescente divergenza tra le politiche monetarie di Francoforte e Zurigo.
La Banca centrale europea ha alzato il tasso sui depositi al 2,50%, rispondendo a un’inflazione tornata al 3,3% in agosto e alle pressioni prodotte dal rincaro dell’energia. La Banca nazionale svizzera mantiene invece il proprio tasso guida allo 0%, in un’economia caratterizzata da un’inflazione molto più contenuta e periodicamente esposta al rischio di deflazione.
Per gli investitori internazionali diventa quindi più conveniente detenere attività denominate in euro rispetto a depositi e strumenti a breve termine in franchi. La differenza di rendimento incoraggia il cosiddetto carry trade: gli operatori si finanziano nella valuta con tassi più bassi e investono in quella che offre rendimenti superiori.
Il Financial Times interpreta la decisione della Bce come l’inizio di una fase di politica monetaria più restrittiva e potenzialmente duratura. Francoforte ritiene infatti che l’inflazione possa rimanere sopra il 2% più a lungo del previsto, soprattutto a causa dell’energia. Questa prospettiva rafforza l’euro rispetto alle monete le cui banche centrali hanno meno spazio o meno necessità di aumentare i tassi.
Anche Reuters segnala che Goldman Sachs, Barclays, Citi e UBS prevedono ulteriori rialzi da parte della Bce. Le attese di mercato si sono spostate verso un nuovo aumento già entro dicembre, ampliando ulteriormente il differenziale potenziale con la Svizzera.
La stampa svizzera: tassi zero, carry trade e minori flussi rifugio
La stampa elvetica concentra l’attenzione su tre elementi: tassi svizzeri poco remunerativi, minore ricerca di beni rifugio e atteggiamento sostanzialmente favorevole della Bns verso un franco meno forte.
Le Temps ha segnalato già all’inizio di settembre la caduta della valuta ai minimi annuali contro l’euro, con l’EUR/CHF sopra quota 0,94. Il quotidiano ginevrino attribuisce un ruolo centrale alla differenza tra le prospettive monetarie dell’area euro e quelle svizzere: mentre la Bce deve contrastare nuove pressioni inflazionistiche, la Bns continua a confrontarsi con prezzi quasi stagnanti.
La Tribune de Genève individua fra le cause della debolezza del franco anche il ritorno delle strategie di carry trade e la riduzione dei flussi verso la valuta rifugio. Dopo anni nei quali guerre, crisi bancarie e instabilità finanziaria avevano favorito acquisti di franchi, il mercato sembra attribuire maggiore importanza al rendimento offerto dalle diverse valute.
Finanz und Wirtschaft osserva a sua volta che euro e dollaro hanno guadagnato terreno contro il franco mentre il mercato si preparava alle decisioni delle banche centrali. La lettura della testata finanziaria zurighese conferma che il cambio viene mosso in questa fase soprattutto dalle aspettative sui tassi e dai dati macroeconomici, più che da un improvviso deterioramento dell’economia svizzera.
La Bns non sembra avere fretta di fermare la discesa
Un franco molto forte riduce il costo delle importazioni, ma penalizza l’industria esportatrice e aumenta il rischio di deflazione. Per questa ragione la Banca nazionale svizzera potrebbe considerare l’attuale indebolimento una correzione favorevole, purché rimanga ordinata.
Il cambio resta infatti distante dalla parità: un euro vale ancora meno di un franco. La moneta elvetica continua pertanto a essere forte in una prospettiva storica, anche dopo il recente arretramento.
La Bns ha pochi incentivi a contrastare un movimento che:
- sostiene le esportazioni;
- alleggerisce la pressione sui margini delle imprese svizzere;
- rende più competitivo il turismo;
- fa aumentare moderatamente i prezzi importati;
- allontana il pericolo di deflazione.
Diverso sarebbe il caso di una svalutazione rapida e disordinata, capace di alimentare l’inflazione o compromettere la fiducia nella valuta. Al momento, tuttavia, non emergono segnali di questo tipo.
Il vantaggio per industria, turismo e aziende di confine
Un franco meno forte rappresenta una buona notizia per le imprese svizzere che producono localmente e vendono nell’area euro. A parità di prezzo espresso in euro, i ricavi convertiti in franchi aumentano; in alternativa, le aziende possono ridurre i prezzi in valuta estera e recuperare competitività.
I settori maggiormente favoriti sono:
- meccanica e macchinari;
- componentistica;
- chimica e farmaceutica;
- orologeria;
- turismo e ospitalità;
- commercio nelle regioni di confine.
Il beneficio non è però uniforme. Le multinazionali utilizzano coperture valutarie e possiedono costi e ricavi distribuiti in più monete. L’effetto positivo può quindi manifestarsi con ritardo oppure essere compensato da altre esposizioni.
Per il turismo il vantaggio è più immediato. Una Svizzera leggermente meno cara può attirare più visitatori europei e ridurre l’incentivo dei residenti a fare acquisti oltreconfine.
Il rovescio della medaglia: importazioni ed energia più care
La debolezza valutaria comporta anche costi. La Svizzera importa materie prime, carburanti, energia, prodotti alimentari e numerosi beni industriali. Il problema diventa più sensibile in una fase nella quale il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Reuters sottolinea che l’aumento dell’energia, provocato dalle tensioni in Medio Oriente, sta modificando le prospettive di inflazione e le strategie delle principali banche centrali.
Per la Svizzera, tuttavia, un aumento moderato dei prezzi importati potrebbe essere tollerabile: l’inflazione interna rimane molto più bassa rispetto a quella dell’eurozona. Il rialzo dei costi diventerebbe problematico soltanto se la svalutazione accelerasse contemporaneamente a un ulteriore shock energetico.
Che cosa cambia per risparmiatori e frontalieri italiani
Il franco continua a offrire una funzione di diversificazione e protezione nelle crisi, ma non garantisce un rendimento positivo in ogni fase di mercato. Chi investe in obbligazioni svizzere deve considerare due elementi:
- i rendimenti locali rimangono contenuti;
- l’eventuale perdita valutaria può superare l’interesse maturato.
Per i frontalieri retribuiti in franchi, un indebolimento della valuta riduce il controvalore in euro dello stipendio. L’effetto è particolarmente visibile per chi vive e sostiene la maggior parte delle spese in Italia.
Al contrario, per un residente italiano che acquista beni o soggiorni in Svizzera, la variazione rende il Paese marginalmente meno costoso. L’impatto rimane comunque limitato, considerato l’elevato livello generale dei prezzi elvetici.
La soglia di 0,95 diventa il nuovo riferimento
Dopo il massimo intraday vicino a 0,947, il livello di 0,95 franchi per euro rappresenta la prima soglia psicologica osservata dal mercato. Un superamento stabile potrebbe aprire la strada a un ulteriore indebolimento del franco.
Lo scenario dipenderà soprattutto da quattro variabili:
- eventuali nuovi rialzi della Bce;
- decisioni della Bns e disponibilità a tornare a tassi negativi;
- andamento dell’inflazione svizzera;
- intensità delle crisi geopolitiche e dei flussi verso i beni rifugio.
La contraddizione apparente è che l’aggravarsi delle tensioni internazionali potrebbe produrre effetti opposti. L’aumento dell’energia favorisce tassi più elevati nell’eurozona e quindi l’euro; un’autentica crisi finanziaria potrebbe invece riattivare la domanda di franchi come rifugio.
La fase attuale non segna dunque la fine della forza strutturale del franco. Mostra piuttosto che, quando il differenziale dei tassi diventa ampio, persino una valuta rifugio può perdere terreno. Per la Bns è probabilmente un sollievo; per esportatori e albergatori un vantaggio; per risparmiatori e frontalieri esposti al cambio, un rischio da non sottovalutare.
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