Volcán de Fuego, il gigante del Guatemala che ricorda il Vesuvio
La nube di cenere sopra il cono scuro racconta un vulcano in continua trasformazione. Fuego e Vesuvio sono entrambi nati dalla subduzione e possono produrre flussi piroclastici, ma frequenza delle eruzioni, caratteristiche del magma e densità abitativa rendono differenti i rispettivi scenari di rischio
Una densa colonna di cenere e gas si innalza dalla sommità del Volcán de Fuego, mentre il cono scuro si staglia nettamente sotto la nube eruttiva. I versanti ripidi, solcati da profondi canaloni, appaiono coperti da cenere, lapilli e frammenti di lava. Non è soltanto un’immagine spettacolare: è la rappresentazione visibile di una montagna che continua a essere costruita, erosa e rimodellata dalle eruzioni.

Situato nel Guatemala meridionale, tra i dipartimenti di Chimaltenango, Escuintla e Sacatepéquez, il Fuego è uno stratovulcano alto circa 3.760 metri. La sua struttura è formata dalla sovrapposizione di colate laviche e depositi piroclastici prodotti durante numerose fasi eruttive. Il nome indigeno Chi Q’aq’ significa, significativamente, “dove c’è il fuoco”.
Lo Smithsonian Institution lo considera uno dei vulcani più persistentemente attivi dell’America centrale. La sua attività ordinaria comprende esplosioni stromboliane e vulcaniane, emissioni di cenere, espulsione di blocchi incandescenti e valanghe di materiale caldo lungo i fianchi. Il Global Volcanism Program documenta fasi caratterizzate da esplosioni frequenti, ricaduta di cenere e valanghe incandescenti. Anche gli avvisi aeronautici emessi nel settembre 2026 confermano la necessità di seguire la dispersione delle ceneri, pericolose anche per il traffico aereo.
Un cono modellato dalle eruzioni
Il profilo regolare del Fuego può dare l’impressione di una struttura stabile. In realtà, i suoi fianchi sono costituiti in parte da materiali incoerenti: cenere, scorie, lapilli, blocchi e depositi lasciati dalle colate piroclastiche. Ogni nuova esplosione aggiunge materiale alla montagna; piogge tropicali, frane e valanghe vulcaniche lo ridistribuiscono verso valle.
I profondi canaloni locali, chiamati barrancas, svolgono una funzione decisiva. Durante le eruzioni incanalano lava, valanghe incandescenti e flussi piroclastici; con le piogge possono invece convogliare lahar, colate di fango formate da acqua, cenere e detriti. Questi fenomeni possono verificarsi anche dopo la conclusione della fase eruttiva e raggiungere strade, ponti e aree agricole.
La cenere più fine presenta rischi differenti: può irritare occhi e vie respiratorie, contaminare le riserve d’acqua, danneggiare i raccolti e ridurre la visibilità. Quando si accumula e viene impregnata dalla pioggia, il suo peso può inoltre compromettere le coperture più fragili.
Il pericolo maggiore rimane però rappresentato dai flussi piroclastici, miscele ad alta temperatura di gas, cenere e frammenti rocciosi che scendono rapidamente lungo le pendici. Nel giugno 2018 uno di questi eventi investì diverse comunità ai piedi del vulcano, provocando una delle più gravi catastrofi vulcaniche della storia recente del Guatemala. Nel giugno 2025, durante un’altra crisi, le autorità guatemalteche segnalarono flussi capaci di percorrere fino a sette chilometri nei canaloni Las Lajas, Ceniza e Seca. CONRED Guatemala
Perché assomiglia al Vesuvio
Il confronto con il Vesuvio non è privo di fondamento. Entrambi sono vulcani compositi dai versanti ripidi e appartengono a sistemi alimentati da processi di subduzione, cioè dall’immersione di una placca tettonica sotto un’altra.
Nel caso del Fuego, la placca oceanica di Cocos sprofonda sotto la placca caraibica, alimentando l’arco vulcanico dell’America centrale. Il contesto del Vesuvio è più complesso, ma è legato alla convergenza fra la placca africana e quella euroasiatica e alla subduzione di porzioni della litosfera mediterranea sotto l’Italia meridionale.
In entrambi i casi, i fluidi liberati dalla placca in profondità favoriscono la fusione parziale delle rocce del mantello. Il magma che risale può trattenere grandi quantità di gas: quando la pressione si libera rapidamente, l’eruzione assume carattere esplosivo.
Le principali analogie sono quindi:
- la natura di stratovulcano;
- la possibilità di eruzioni esplosive;
- la produzione di colonne di cenere e lapilli;
- il rischio di flussi e ondate piroclastiche;
- la presenza di materiali sciolti che possono generare frane e colate di fango;
- la vicinanza di comunità, attività agricole e infrastrutture.
Anche la storia mostra un elemento comune: in entrambi i territori la fertilità dei suoli vulcanici ha favorito agricoltura e insediamenti proprio nelle zone maggiormente esposte. Il vulcano rappresenta così contemporaneamente una risorsa e una minaccia.
Due vulcani, scenari differenti
Le analogie non devono però far pensare che Fuego e Vesuvio siano vulcani equivalenti. Il Fuego è caratterizzato da un’attività molto frequente e da un sistema che scarica con relativa continuità gas, cenere e magma. Molte sue manifestazioni sono di intensità contenuta, anche se possono verificarsi improvvise escalation con flussi piroclastici distruttivi.
Il Vesuvio, al contrario, è in stato di quiescenza dall’eruzione del 1944. I suoi intervalli di riposo possono essere lunghi, ma la sua storia comprende eruzioni subpliniane e pliniane molto più vaste, come quella del 79 d.C., che seppellì Pompei ed Ercolano, e quella del 1631, che inaugurò una nuova fase di attività dopo secoli di quiete.
Esiste anche una differenza morfologica: il Vesuvio attuale è cresciuto all’interno della più antica caldera del Monte Somma, mentre il Fuego presenta un cono più aperto e inciso da canaloni che guidano i prodotti eruttivi verso specifiche vallate.
Sul piano del rischio, infine, il Vesuvio si trova all’interno di una delle aree urbane più densamente popolate d’Europa. Una sua futura eruzione potrebbe interessare centinaia di migliaia di persone e richiedere un’evacuazione preventiva su larga scala. Intorno al Fuego la popolazione è meno concentrata, ma numerose comunità rurali sorgono lungo vallate esposte, spesso con tempi di allarme e possibilità di fuga limitati.
Il monitoraggio come difesa quotidiana
Per entrambi i vulcani la previsione non consiste nell’indicare con certezza giorno e ora dell’eruzione, ma nel riconoscere eventuali variazioni rispetto al comportamento normale. I sistemi di sorveglianza misurano terremoti vulcanici, deformazioni del suolo, emissioni gassose, anomalie termiche e caratteristiche delle nubi di cenere.
Al Fuego questa attività è affidata principalmente all’INSIVUMEH, in coordinamento con la protezione civile guatemalteca CONRED. Per il Vesuvio il controllo scientifico è svolto dall’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, mentre la pianificazione dell’emergenza compete al sistema nazionale di Protezione civile.
Il cono scuro sotto la colonna eruttiva è dunque molto più di un paesaggio suggestivo. Mostra un sistema naturale vivo, capace di trasformare il territorio in poche ore. Fuego e Vesuvio condividono l’origine profonda e alcuni dei fenomeni più pericolosi, ma possiedono ritmi e potenzialità differenti. Il rischio, in entrambi i casi, dipende dall’incontro fra la forza del vulcano e la vulnerabilità delle comunità: per questo monitoraggio, informazione e piani di evacuazione sono importanti quanto la conoscenza geologica.
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