Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop all’area a caldo di Taranto

La notizia in sintesi
- La Cassazione conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, respingendo i ricorsi delle società.
- Il rischio legato all’amianto basta a sostenere la sospensione; non vengono riesaminate nel merito le contestazioni sulle polveri.
- Ai commissari spettano tempi e modalità tecniche dello spegnimento degli altiforni, mantenuti in preriscaldo.
- La pronuncia riguarda l’area a caldo, non dispone la chiusura dell’intero stabilimento siderurgico.
Riassunto generato da Redazione AI AGENTICA di Datamoney.ch
Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop dell’area a caldo
L’ex Ilva di Taranto deve fermare l’area a caldo: il 29 ottobre 2026 le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando il provvedimento della Corte d’appello di Milano del 27 luglio. La sospensione tutela la salute dai rischi industriali, con l’amianto decisivo nelle motivazioni. L’azione collettiva era stata promossa da undici cittadini dei Genitori Tarantini, assistiti dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano.
La decisione riguarda l’area a caldo, non l’intero stabilimento. Gli altiforni erano mantenuti in preriscaldo, senza produzione: ai commissari spettano ora modalità tecniche e tempi dello spegnimento, dopo il deposito della sentenza.
Amianto decisivo: perché l’autorizzazione ambientale non basta
La sentenza, presieduta da Pasquale D’Ascola con relatrice Paola Vella, considera fondato l’accertamento di pericoli gravi e rilevanti. Nei cowpers, impianti ausiliari degli altiforni, l’amianto può disperdersi attraverso fessurazioni del refrattario. Pesano anche l’obsolescenza degli impianti e l’incendio del 7 maggio 2025.
Le giudici milanesi Marianna Galioto, Rossella Milone e Cristina Ravera avevano contestato l’assenza di prescrizioni sulla rimozione nell’Autorizzazione integrata ambientale del 2025. La Cassazione conferma la legittimità della disapplicazione nel caso concreto: non equivale ad annullare formalmente l’autorizzazione. L’obbligo di rimozione, secondo la Corte, doveva essere adempiuto entro il 23 agosto 2023.
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Respinta quindi la lettura del procuratore generale Luigi Birritteri, favorevole all’accoglimento dei ricorsi; in appello, il magistrato Angelo Renna aveva invece sostenuto le ragioni accolte dai giudici. Il nodo dell’amianto basta autonomamente a sostenere lo stop: le contestazioni sulle polveri sottili risultano perciò inammissibili per difetto d’interesse, senza un riesame nel merito. Sul piano costituzionale, la Corte esclude che occupazione e salute debbano contrapporsi: lo Stato deve promuovere lavoro «salubre e sicuro», mentre l’attività imprenditoriale incontra i limiti posti a protezione della salute e dell’ambiente.
Occupazione e produzione, le scelte dopo il verdetto
Palazzo Chigi considera la sentenza un ulteriore ostacolo, confermando l’impegno del Governo. Il verdetto interviene sulle incertezze del cronoprogramma segnalate dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Per Loris Scarpa, della Fiom Cgil, servono investimenti nella decarbonizzazione e acquisti di semilavorati per sostenere produzione e occupazione.
Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, avverte del rischio di maggiore dipendenza dall’acciaio estero; Elly Schlein chiede risposte per cittadini e lavoratori. La sfida industriale diventa garantire continuità e occupazione senza riproporre le condizioni sanitarie censurate dai giudici.
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