I mercati finanziari nel nuovo trimestre

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di Francesco Megna —

Il nuovo trimestre si apre con mercati finanziari chiamati a fare i conti con uno scenario diventato nuovamente più complesso. Dopo un settembre difficile soprattutto sul fronte obbligazionario, gli investitori entrano nell’ultima parte dell’anno con un atteggiamento più selettivo. Il tema dominante non è tanto la ricerca del rendimento a tutti i costi, quanto la capacità di interpretare correttamente il rapporto tra crescita, inflazione e tassi di interesse.

Le Borse asiatiche hanno dato ieri indicazioni contrastanti

L’indice MSCI dell’area Asia-Pacifico, escluso il Giappone, ha registrato una moderata flessione, mentre Tokyo si è mossa in controtendenza grazie soprattutto alla buona intonazione dei titoli legati alla tecnologia e ai semiconduttori.
In Europa il punto di partenza è rappresentato da una chiusura di settembre debole. Nell’ultima seduta il Ftse Mib ha ceduto lo 0,84%, il Dax lo 0,79% e il Cac 40 lo 0,89%. Lo Stoxx Europe 600 ha perso lo 0,50%, terminando settembre con una flessione mensile del 2,5%.

Preoccupazioni sull’inflazione

Dietro questi movimenti c’è soprattutto il ritorno delle preoccupazioni sull’inflazione. I dati tedeschi hanno mostrato un’accelerazione dei prezzi superiore alle attese, elemento che rende più complicato il percorso delle banche centrali. Da una parte occorre evitare che le pressioni inflazionistiche tornino a consolidarsi; dall’altra tassi troppo elevati per un periodo prolungato rischiano di pesare sulla crescita economica.
Anche negli Stati Uniti il mercato sta cercando un nuovo equilibrio. I dati sull’inflazione di agosto sono risultati meno forti delle attese e hanno ridimensionato le aspettative di un nuovo intervento restrittivo della Federal Reserve. Ma il mercato obbligazionario continua a mandare un segnale molto chiaro: i rendimenti rimangono elevati e questo modifica inevitabilmente le valutazioni di tutte le altre attività finanziarie.

I titoli americani

È proprio il comportamento dei titoli di Stato americani uno degli elementi da osservare maggiormente nelle prossime settimane. Rendimenti elevati sulle scadenze lunghe aumentano infatti la concorrenza dell’obbligazionario nei confronti dell’azionario e rendono più oneroso il costo del capitale per imprese e famiglie.
Il dollaro, nel frattempo, continua a mostrare forza e ha raggiunto i livelli più elevati degli ultimi tre mesi. L’euro si muove intorno a quota 1,13 contro la valuta statunitense. Anche questo è un elemento da non sottovalutare perché il movimento dei cambi può incidere sia sulle aziende europee maggiormente esposte ai mercati internazionali sia sui portafogli che presentano una componente significativa di attività denominate in dollari.


Per il risparmiatore la conseguenza è abbastanza evidente: questa non sembra una fase nella quale inseguire indiscriminatamente ciò che ha già corso. La volatilità può aumentare rapidamente e diventa quindi ancora più importante distribuire correttamente il rischio tra diverse classi di attività, scadenze e aree geografiche.
Sul mercato obbligazionario i rendimenti tornati su livelli elevati consentono di costruire portafogli con caratteristiche che soltanto pochi anni fa erano difficilmente disponibili. Ma anche qui occorre distinguere. Acquistare un’obbligazione non significa soltanto guardare la cedola: durata, qualità dell’emittente e sensibilità alle variazioni dei tassi restano determinanti.

Parola chiave: selettività

Sul fronte azionario, invece, la parola chiave potrebbe essere selettività. Le valutazioni di alcuni comparti restano impegnative e il mercato potrebbe premiare maggiormente le società capaci di produrre utili e flussi di cassa solidi anche in presenza di un costo del denaro elevato.
L’ultima parte del 2026 potrebbe quindi essere meno lineare di quanto i rialzi registrati in alcune fasi dell’anno abbiano fatto immaginare. Inflazione, rendimenti obbligazionari e decisioni delle banche centrali continueranno a determinare buona parte della direzione dei mercati.
Per chi investe, tuttavia, prudenza non significa necessariamente immobilismo. Significa piuttosto evitare decisioni dettate dall’emotività, mantenere una diversificazione coerente con il proprio orizzonte temporale e utilizzare le eventuali fasi di volatilità per riequilibrare il portafoglio. In un mercato nel quale il rendimento è tornato ad avere un prezzo, la qualità delle scelte può contare più della semplice ricerca della performance.

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