Piazza Affari sotto i 50mila punti: UniCredit, Intesa e Stm perdono oltre il 4%, cosa pesa sui mercati
Piazza Affari ha chiuso la seduta di mercoledì 7 ottobre in calo del 2,51% a 49.972 punti, scendendo sotto quota 50mila per la prima volta dall’inizio di giugno. Milano è stata la peggiore piazza d’Europa, trascinata al ribasso da banche e tecnologici in una giornata segnata dalle vendite sui titoli di Stato, dal petrolio tornato sopra i 100 dollari e dai timori di un nuovo rialzo dei tassi negli Stati Uniti. Gli scambi hanno raggiunto 3,78 miliardi di euro, contro i 3,47 miliardi della vigilia.

Le banche guidano i ribassi
Tra i grandi nomi del listino UniCredit ha ceduto il 4,18% a 77,72 euro e Intesa Sanpaolo il 4,04% a 6,244 euro. Pesanti anche Monte dei Paschi, in flessione del 3,89%, e Bper, che ha lasciato sul terreno il 3,69%. È la seconda giornata difficile per il settore in meno di una settimana, dopo la seduta del 2 ottobre in cui i due colossi del credito avevano già perso oltre il 4%. Gli istituti soffrono quando salgono i rendimenti del debito pubblico, perché detengono in portafoglio grandi quantità di BTP, il cui valore di mercato scende all’aumentare dei tassi.
Tecnologia sotto pressione
Nel comparto tecnologico Technoprobe ha chiuso in calo del 5,97% a 34,64 euro e Stmicroelectronics del 4,07% a 49,875 euro, in linea con le vendite sui semiconduttori che hanno colpito anche le borse asiatiche. Prysmian ha perso il 4,68% a 124,3 euro. Tra i pochi segni positivi del Ftse Mib spicca Inwit, salita dell’1,87% a 6,815 euro, mentre Eni ha terminato in lieve rialzo dello 0,41%.
Spread e rendimenti in salita
A guastare il clima è stato soprattutto il mercato obbligazionario. Il differenziale tra BTP e Bund tedesco, partito in mattinata da 109 punti, ha toccato quota 117 per poi chiudere intorno ai 115, con il rendimento del decennale italiano vicino al 4,63%. La tensione ha colpito i Paesi considerati più fragili sul fronte dei conti pubblici: il decennale francese è arrivato al 4,93%, il livello più alto da circa diciotto anni, complice la difficile approvazione di un bilancio che punta a riportare il deficit verso il 5% del Pil. Negli Stati Uniti il Treasury a dieci anni ha superato il 5,3%, un massimo dal 2002. Rendimenti più elevati si riflettono anche sulle emissioni del Tesoro, a partire dall’asta dei BOT a 12 mesi in programma il 9 ottobre.
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Petrolio e Fed, i due fattori da seguire
Il Brent ha superato i 102 dollari al barile dopo i nuovi attacchi iraniani contro alcune petroliere nello Stretto di Hormuz, mentre il greggio americano si è mosso intorno ai 90 dollari. Un’energia così cara alimenta l’inflazione e riduce lo spazio per un allentamento monetario. Sullo sfondo pesano i verbali della riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre, da cui emerge che la maggior parte dei partecipanti considera probabile un ulteriore rialzo dei tassi entro fine anno, senza indicare quando. Nelle prossime sedute gli investitori guarderanno alle quotazioni del barile, all’andamento dello spread e ai risultati delle aste, tre indicatori che diranno se l’ondata di vendite è destinata a rientrare.
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