Un grande affare per l’euro?

Michael Metcalfe, Head of Macro Strategy di State Street Global Markets -

L’annuncio del fine settimana secondo cui Stati Uniti e Unione Europea hanno raggiunto un accordo commerciale — fissando una tariffa base del 15% sui beni europei che entrano negli Stati Uniti — elimina una delle principali fonti di incertezza per i mercati. In diversi momenti durante il botta e risposta pubblico, una guerra commerciale più prolungata con dazi significativamente più alti sembrava possibile. Quel rischio, per ora, è stato accantonato. Anche se incombono ancora altre scadenze tariffarie— in particolare con la Cina — l’accordo con l’Europa rende più probabile che il tasso tariffario effettivo degli Stati Uniti si stabilizzi infine nella fascia tra il 15% e il 20%, piuttosto che ai livelli superiori al 25% osservati all’inizio dell’anno.

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Le notizie relative alle tariffe hanno avuto un impatto episodico sia sui mercati valutari sia su quelli azionari negli ultimi nove mesi. Più di recente, sono tornate a essere un motore più rilevante della performance azionaria. Con le allocazioni azionarie già vicine ai massimi storici nel nostro dataset, notizie più positive potrebbero, in teoria, stimolare ulteriormente il sentiment. È interessante notare che la domanda estera di azioni statunitensi ha iniziato ad attenuarsi rispetto ai peer globali. Non è sorprendente: ci si aspettava che i dazi statunitensi pesassero sulla crescita globale. Se ora risultano meno gravi di quanto temuto — almeno da aprile — si tratta di una buona notizia per le economie non statunitensi.

L’Europa, in particolare, sarà un caso di studio importante. Ad aprile, durante la prima rivalutazione dell’eccezionalismo statunitense, le azioni europee furono le principali beneficiarie, con gli investitori che riducevano le loro posizioni sottopesate sia sulle azioni sia sull’euro. Tuttavia, in entrambi i casi, gli investitori esitarono a costruire posizioni sovrappesate. Una possibile ragione di tale cautela potrebbe essere stata la minaccia di una guerra commerciale tra Stati Uniti e UE. Quel rischio aveva annullato il potenziale miglioramento delle aspettative di crescita europee derivante da uno stimolo fiscale più ampio. L’Europa ha beneficiato di aspettative di crescita relative più favorevoli — in gran parte perché ha evitato i declassamenti osservati altrove.

Ora che il rischio di guerra commerciale sta diminuendo e la BCE ha riportato proattivamente la politica commerciale a un livello neutrale, la domanda chiave è se le aspettative di crescita europea non solo rimarranno stabili, ma inizieranno a migliorare. La risposta comincia a delinearsi oggi — e probabilmente determinerà se gli investitori si sentiranno a loro agio nell’aumentare le esposizioni su asset europei e sull’euro.

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