Vesuvio e Campi Flegrei: che cosa dicono davvero gli studi più recenti di Sefano Carlino e Stefania Danesi

Il primo chiarimento riguarda l’oggetto delle ricerche. Stefano Carlino, ricercatore dell’INGV–Osservatorio Vesuviano, e Stefania Danesi, geofisica dell’INGV di Bologna, hanno collaborato soprattutto allo studio dei Campi Flegrei, non a un’analisi che dimostri un recente peggioramento del Vesuvio. “Osservatorio Vesuviano” è il nome della sezione INGV che sorveglia i vulcani campani: non significa che tutte le sue pubblicazioni riguardino il Vesuvio.
Dalla deformazione elastica alla fratturazione
Nel 2023 Carlino e Danesi, con Christopher Kilburn e Nicola Alessandro Pino, hanno pubblicato uno studio sull’evoluzione della crosta dei Campi Flegrei. Il modello considera le crisi bradisismiche del 1950-1952, 1969-1972, 1982-1984 e quella iniziata nel 2005 come fasi di un unico processo di lunga durata.
Secondo gli autori, l’ulteriore sollevamento del suolo osservato dopo il 2016 ha confermato una precedente previsione del gruppo: superati altri 30-40 centimetri di deformazione, la crosta avrebbe mostrato una maggiore propensione alla fratturazione. I dati suggeriscono il passaggio da un comportamento prevalentemente elastico, nel quale le rocce si deformano conservando la capacità di tornare verso lo stato iniziale, a uno inelastico, caratterizzato da danni e fratture permanenti.
Stefano Carlino ha sottolineato che la deformazione recente avviene con livelli di sollecitazione inferiori rispetto al 1984: una possibile indicazione che le crisi ripetute abbiano progressivamente indebolito alcune parti della crosta. Stefania Danesi ha evidenziato, invece, la necessità di interpretare le diverse fasi di sollevamento come parti di un’evoluzione strutturale comune. Lo studio, tuttavia, non prevedeva un’eruzione: la fratturazione può aprire nuove vie ai fluidi, ma perché avvenga un’eruzione è necessaria anche una risalita di magma nelle condizioni e nella posizione adatte. L’INGV precisò inoltre che i risultati non comportavano conseguenze immediate per le misure di protezione civile. (Studio del 2023)
Il ruolo dei fluidi e delle barriere sotterranee
Nel 2024 Danesi, Pino, Carlino e Kilburn hanno approfondito la distribuzione della sismicità. Lo studio individua due livelli relativamente impermeabili, a circa 1,5 e 3 chilometri di profondità, che possono ostacolare la circolazione dei fluidi e favorire l’accumulo di pressione.
Rispetto alla crisi del 1982-1984, una quota maggiore dei terremoti recenti risulta concentrata a profondità limitate sotto Solfatara e Pisciarelli. I valori statistici della sismicità sono compatibili con pressioni elevate dei fluidi e con una maggiore densità di fratture. Una possibile evoluzione è che il sollevamento continui finché nuove fratture non consentano ai gas di fuoriuscire più rapidamente, depressurizzando almeno in parte la sorgente. È quindi possibile che la fratturazione produca sia un aggravamento temporaneo della sismicità sia, in determinate circostanze, una successiva riduzione della pressione. (Studio del 2024)
Il terremoto del maggio 2024
Un lavoro pubblicato nel 2025, al quale ha partecipato Danesi (ma non Carlino) ha analizzato il terremoto di magnitudo durata 4,4 del 20 maggio 2024: ha calcolato una subsidenza cosismica millimetrica o submillimetrica, troppo piccola per essere rilevata dalle normali tecniche geodetiche, interpretandola come un’indicazione del ruolo dei fluidi profondi pressurizzati.
La distribuzione dei danni sarebbe stata influenzata anche dalla direzione di propagazione della rottura e dall’amplificazione locale delle onde. Lo studio rafforza dunque l’idea che il rischio immediato dei Campi Flegrei non riguardi soltanto una possibile eruzione, ma anche terremoti superficiali capaci di danneggiare edifici vulnerabili. (Studio del 2025)
L’aggiornamento del modello e le cautele di Carlino
In una comunicazione scientifica presentata nel 2025, il gruppo ha suddiviso la crisi sismica 2017-2024 in quattro fasi. L’interpretazione proposta è che l’interconnessione progressiva delle fratture possa avere prodotto una nuova discontinuità strutturale nella crosta. Questa zona debole potrebbe essere utilizzata in futuro da fluidi magmatici o idrotermali durante nuove fasi di sollevamento. Gli stessi autori definiscono però questa conclusione ancora da confermare: si tratta di un’ipotesi scientifica, non di una previsione operativa. (Abstract IAVCEI 2025)
Nel maggio 2026 Carlino ha pubblicato una revisione particolarmente prudente del dibattito sul bradisismo. Il nodo irrisolto resta la natura della sorgente di pressione situata approssimativamente a 4-5 chilometri: prevalentemente magmatica, idrotermale oppure ibrida. Le osservazioni geofisiche e geochimiche forniscono immagini indirette del sistema, ma conservano una capacità previsionale limitata. Carlino conclude che occorre mantenere aperti più scenari, integrare sismologia, geodesia, gravimetria e geochimica e migliorare le conoscenze dirette del sottosuolo. Nella letteratura esaminata non emergono segnali sufficienti per affermare che un’eruzione dei Campi Flegrei sia imminente. (Revisione di Carlino del 2026)
Che cosa cambia dopo il sisma del luglio 2026
Il terremoto di magnitudo durata 4,7 del 31 luglio 2026, il più energetico registrato strumentalmente nella caldera, e lo sciame di oltre 400 eventi sono coerenti con la crescita della sismicità superficiale descritta da Carlino e Danesi. Non rappresentano però, da soli, la conferma che sia stata raggiunta una rottura capace di favorire un’eruzione. Per stabilirlo occorre confrontare l’intera sequenza con deformazioni, composizione dei gas, temperature e variazioni gravimetriche. I Campi Flegrei rimangono al livello di allerta giallo. (INGV, sciame del luglio 2026)
E il Vesuvio?
Al momento non risulta una pubblicazione di Carlino e Danesi che dimostri un’attuale fase di indebolimento o riattivazione del Vesuvio analoga a quella ipotizzata per i Campi Flegrei. L’ultimo quadro ufficiale mantiene il Vesuvio al livello verde:
- sismicità di bassa energia;
- terremoti prevalentemente craterici e nel primo chilometro;
- assenza di deformazioni attribuibili a sorgenti magmatiche;
- temperature stazionarie;
- nessuna variazione geochimica significativa;
- prosecuzione del calo pluriennale dell’attività idrotermale.
Nel luglio 2026 sono stati registrati 93 terremoti, quasi tutti inferiori a magnitudo 1. La leggera subsidenza sommitale viene ricondotta a compattazione, gravità ed effetti locali, non a movimenti di magma. (Stato attuale del Vesuvio – INGV)
La conclusione corretta è quindi duplice: gli studi di Carlino e Danesi descrivono un’evoluzione importante e meritevole di attenzione ai Campi Flegrei, ma non documentano un peggioramento contemporaneo del Vesuvio né una riattivazione coordinata dei due vulcani. Un collegamento geologico profondo fra i sistemi campani è oggetto di ricerca, ma non equivale alla dimostrazione che l’attività di uno stia innescando l’altro.
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