Ratcliffe a Mosca, quando l’intelligence diventa diplomazia e il messaggero diventa parte del messaggio

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— a cura del Prof. Marco Bacini, Direttore Master Intelligence per la Sicurezza Nazionale e Internazionale —

Ci sono momenti nelle relazioni internazionali in cui il significato di una missione si comprende osservando meno ciò che viene dichiarato e molto di più chi viene incaricato di portare il messaggio.

Il viaggio a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe appartiene probabilmente a questa categoria. Le informazioni emerse nelle ultime ore dal New York Times consentono infatti di leggere con maggiore precisione una visita che inizialmente era apparsa avvolta da una deliberata ambiguità. Ratcliffe avrebbe illustrato ad Aleksandr Bortnikov, direttore dellFSB russo, una valutazione particolarmente severa dell’andamento della guerra in Ucraina e delle prospettive economiche della Russia, sostenendo l’opportunità per Mosca di avviare negoziati seri prima di un ulteriore deterioramento della propria posizione. Il direttore della CIA avrebbe scelto la via dell’assessment più che quella della minaccia, portando quindi informazioni, analisi e valutazioni piuttosto che un ultimatum politico ed è forse questo il passaggio più interessante dell’intera vicenda.

Due giorni prima che emergessero questi dettagli, leggevo un’analisi molto interessante del Prof. Niccolò Petrelli, una riflessione molto puntuale sull’impiego degli apparati di intelligence per funzioni che normalmente associamo alla diplomazia. Riservatezza, rapidità di attivazione, rapporti professionali consolidati, conoscenza specialistica dell’interlocutore e possibilità di mantenere aperti canali di comunicazione anche durante le fasi di maggiore tensione spiegano perché gli Stati ricorrano ai servizi quando la diplomazia tradizionale incontra limiti operativi o politici. La successiva ricostruzione del New York Times offre a quella lettura una conferma particolarmente importante.

Ratcliffe si è recato a Mosca come capo di un servizio di intelligence, portando con sé qualcosa di diverso da una proposta diplomatica. Ha portato una rappresentazione della realtà. La differenza appare sottile, mentre sul piano strategico è enorme.

Una trattativa tradizionale cerca prevalentemente di modificare le condizioni di un accordo. Un intervento di intelligence può cercare prima ancora di modificare la percezione sulla quale vengono assunte le decisioni. Se davvero, come riportato dal quotidiano americano, nella CIA esiste il dubbio che Vladimir Putin riceva dai propri collaboratori una rappresentazione incompleta dell’andamento della guerra, allora la missione di Ratcliffe assume una funzione ulteriore. Washington avrebbe tentato di entrare direttamente nel processo cognitivo del vertice russo, fornendo attraverso un interlocutore considerato credibile una valutazione alternativa dei costi militari, economici e politici del proseguimento del conflitto.

L’intelligence, in questa visione, diventa parte integrante dello statecraft, e raccogliere informazioni rappresenta soltanto una parte della funzione. L’altra consiste nel trasformare quelle informazioni in conoscenza utile al decisore. In circostanze eccezionali quella conoscenza può diventare persino uno strumento di comunicazione verso l’avversario.

È ciò che rende particolarmente interessante la scelta di Bortnikov, il direttore dell’FSB guida dal 2008 un organismo che nella struttura dello Stato russo esercita competenze molto più ampie della semplice sicurezza interna, occupandosi tra l’altro di sicurezza nazionale, controspionaggio, terrorismo, protezione delle frontiere e sicurezza informativa. L’attività dell’FSB ricade direttamente sotto la supervisione del Presidente della Federazione Russa Putin. Bortnikov è quindi da quasi vent’anni una figura stabile nel sistema di sicurezza che circonda il potere russo. Questo rende il rapporto CIA–FSB particolarmente interessante, Ratcliffe e Bortnikov avevano già costruito un canale operativo. Durante il 2025 avevano lavorato anche sulle modalità di uno scambio di prigionieri tra Stati Uniti e Russia e, sempre secondo il New York Times, quello di Mosca è stato il loro primo incontro personale dopo precedenti contatti. La fiducia, nel mondo dell’intelligence, possiede caratteristiche molto diverse rispetto alla fiducia politica. Può esistere tra avversari, prescinde dalla convergenza degli interessi e nasce soprattutto dalla capacità delle parti di comprendere il linguaggio, le responsabilità e i limiti reciproci.

Reuters ha poi riferito che durante la stessa missione Ratcliffe ha incontrato anche Sergei Naryshkin, direttore del servizio di intelligence estero SVR. Il punto quindi va letto con attenzione, Mosca ha mantenuto attivi diversi livelli di interlocuzione tra apparati, mentre il New York Times attribuisce al colloquio con Bortnikov la trasmissione del messaggio più sensibile sulla guerra e sulle prospettive russe.

Anche questa pluralità di canali dice qualcosa sul funzionamento reale delle relazioni tra grandi potenze. Accanto ai rapporti ufficiali esiste infatti una geografia meno visibile della comunicazione internazionale. Diplomatici, consiglieri per la sicurezza nazionale, inviati speciali e direttori dei servizi possono parlare contemporaneamente con interlocutori differenti, affrontando porzioni diverse dello stesso problema. Il canale Ratcliffe–Bortnikov corre parallelamente ai rapporti sviluppati da Steve Witkoff e Jared Kushner con altri esponenti vicini a Putin. Più che una sovrapposizione, appare una distribuzione funzionale della comunicazione.

La diplomazia resta il luogo nel quale le posizioni diventano ufficiali. L’intelligence può essere il luogo nel quale quelle posizioni vengono prima esplorate, verificate e  soprattutto comprese. Esiste poi una componente psicologica che merita attenzione. Putin proviene personalmente dal mondo dell’intelligence sovietica ed è stato anche direttore dell’FSB prima della propria ascesa politica. E sempre secondo le fonti citate dal New York Times, alcuni funzionari americani avrebbero ritenuto che una valutazione presentata dal direttore della CIA potesse essere percepita dal presidente russo come più urgente e credibile rispetto allo stesso messaggio trasmesso attraverso normali canali diplomatici. Qui il messaggero diventa parte del messaggio. Se un ministro degli Esteri sostiene che la guerra stia diventando economicamente insostenibile, Mosca può interpretare quella dichiarazione come pressione politica. Se la medesima valutazione arriva dal direttore della CIA e viene accompagnata da dati, analisi militari e informazioni raccolte dall’apparato statunitense, la natura della comunicazione cambia. Il destinatario può contestarne le conclusioni, ma deve almeno considerare che dietro quelle conclusioni esiste una capacità informativa.

È una forma molto sofisticata di signalling strategico. La storia recente offre diversi precedenti. Nel novembre 2021 William Burns, allora direttore della CIA, si recò a Mosca incontrando Bortnikov e altri esponenti russi per comunicare le conseguenze che Washington prevedeva nel caso di un’invasione dell’Ucraina. Un anno dopo Burns incontrò ad Ankara Naryshkin durante una fase estremamente delicata, quando l’amministrazione americana temeva il possibile impiego russo di un dispositivo nucleare per frenare la controffensiva ucraina. Anche allora l’intelligence venne utilizzata per ridurre il rischio di errore di calcolo tra potenze nucleari. È probabilmente questa la funzione più preziosa di simili canali.

Nei periodi di forte tensione internazionale il pericolo maggiore deriva spesso dalla distanza crescente tra la realtà e la percezione che i decisori hanno della realtà. Informazioni parziali, pressioni interne, propaganda, interessi burocratici e convinzioni consolidate possono progressivamente restringere lo spazio decisionale. Quando questo accade, la comunicazione riservata tra apparati può diventare uno dei pochi strumenti capaci di riportare informazioni direttamente ai livelli nei quali vengono assunte le decisioni.

La vicenda possiede anche una lettura economica che merita attenzione, guerre, sanzioni, energia, materie prime, infrastrutture critiche e mercati finanziari sono sempre più legati allo stesso sistema di rischio. Per imprese e investitori, l’attivazione di canali di intelligence ad altissimo livello rappresenta quindi un indicatore da osservare con attenzione. Più che anticipare automaticamente una distensione, segnala che le parti attribuiscono ormai un costo elevato alla possibilità di fraintendere intenzioni, capacità e limiti dell’avversario. Quando aumenta il costo dell’errore, aumenta il valore dell’informazione. E il viaggio di Ratcliffe offre forse la riflessione più ampia. L’intelligence contemporanea viene spesso raccontata attraverso tecnologie, satelliti, cyber operations, intercettazioni, droni e intelligenza artificiale. La sua funzione più antica rimane però profondamente umana. Significa capire cosa pensa l’avversario, quali informazioni possiede, quali ignora, quali ritiene credibili e soprattutto attraverso chi è disposto ad ascoltarle. In determinate fasi della storia, un canale riservato può quindi valere quanto un negoziato pubblico. Talvolta può persino precederlo.

La diplomazia costruisce gli accordi. L’intelligence può creare le condizioni affinché gli interlocutori inizino a considerarli possibili. E quando tra due potenze il problema principale diventa evitare che una percezione sbagliata produca una decisione irreversibile, mantenere aperto un canale tra i rispettivi servizi smette di essere soltanto una pratica di sicurezza e diventa politica internazionale.

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