Salari fermi da oltre 30 anni. In Italia calo reale del 6,6% nel settore privato

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In Italia i salari dei lavoratori del settore privato sono rimasti sostanzialmente stagnanti per oltre trent’anni, registrando un calo reale del 6,6% tra il 1990 e il 2026. A evidenziarlo è l’ultimo rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che analizza l’andamento delle retribuzioni e gli effetti delle riforme fiscali nello stesso periodo.

Disparità tra i contribuenti

Secondo lo studio, l’impatto negativo è stato in parte attenuato per i redditi medio-bassi grazie agli interventi sull’Irpef, che hanno ridotto il carico fiscale su queste fasce. Tuttavia, lo stesso strumento mostra oggi margini sempre più limitati. Il modello redistributivo attuale, infatti, grava soprattutto sui redditi medio-alti e presenta evidenti disparità tra diverse categorie di contribuenti.

Lugano Finance Forum, 24 novembre 2026, Palazzo dei Congressi, Lugano - media partner Lamiafinanza.it

Part time e e segmentazione del mercato del lavoro

L’Upb, presieduto da Lilia Cavallari, ha sviluppato una metodologia che consente di isolare il contributo delle riforme fiscali, del fiscal drag e della capacità redistributiva dell’Irpef. Dall’analisi emerge che la diffusione del lavoro part-time e la crescente segmentazione del mercato del lavoro – per settore, tipologia contrattuale e qualifica – hanno accentuato la dispersione delle retribuzioni lorde.

Negli anni, le politiche fiscali hanno cercato di compensare queste dinamiche, soprattutto con gli interventi del 2014 e del 2025, riducendo il prelievo sui redditi più bassi. Per i redditi più elevati, invece, il carico effettivo è aumentato, anche a causa del drenaggio fiscale legato alla mancata indicizzazione delle soglie.

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L’indice di redistribuzione è più che raddoppiato, passando da 0,028 a 0,065, un incremento attribuibile in larga parte proprio alle modifiche dell’Irpef. Ma per l’Upb questo modello ha ormai raggiunto i suoi limiti: oltre a gravare sui redditi medio-alti, introduce una progressività selettiva che penalizza i lavoratori dipendenti rispetto ad autonomi e pensionati, sollevando problemi di equità orizzontale.

Rischi legati al ritorno del fiscal drag

Il rapporto segnala anche nuovi rischi legati al ritorno del fiscal drag, favorito dalla recente ripresa dell’inflazione, alimentata anche dalla crisi nello Stretto di Hormuz. A ciò si aggiunge l’introduzione, nella legge di bilancio 2026, di regimi fiscali sostitutivi sugli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali. Una misura che, secondo l’Upb, evidenzia un’incoerenza del sistema: gli incrementi salariali risultano tassati più del reddito già percepito, rendendo necessario un trattamento fiscale separato per non annullare i benefici dei rinnovi.

In questo contesto, la leva fiscale appare insufficiente per affrontare le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro. Gli esperti suggeriscono quindi un approccio più ampio, che includa la revisione dei regimi agevolati, l’ampliamento della base imponibile attraverso il contrasto all’evasione e politiche strutturali per sostenere la crescita dei salari. A queste misure potrebbero affiancarsi strumenti di sostegno al reddito dal lato della spesa pubblica.

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