Treasury ai massimi: il debito americano entra in una fase di pericolo?
Il mercato obbligazionario mondiale sta inviando agli Stati Uniti un segnale sempre più difficile da ignorare
Il rendimento del Treasury trentennale ha raggiunto il 18 agosto il 5,33%, il livello più elevato dal 2007, mentre il decennale è salito intorno al 4,75%. È opportuno precisare che non tutte le scadenze si trovano ai massimi degli ultimi vent’anni: il primato riguarda soprattutto il costo delle nuove emissioni a lunga durata. Nell’asta del 30 anni del 13 agosto, Washington ha infatti collocato 25 miliardi di dollari di titoli al 5,22%, il rendimento più alto pagato in un’asta di questa scadenza dal 2001.

Il peso di quasi 40 mila miliardi di debito
Il debito federale lordo ha raggiunto circa 39.935 miliardi di dollari, secondo il dato quotidiano del Tesoro americano. Di questi, oltre 32 mila miliardi sono detenuti dal pubblico, mentre la parte restante è rappresentata da obbligazioni possedute da fondi e amministrazioni federali.
È una distinzione importante: il debito lordo misura l’intero ammontare delle passività, ma è quello collocato sul mercato a determinare più direttamente il fabbisogno di finanziamento e la sensibilità ai rendimenti.
L’affermazione di alcuni quotidiani secondo cui gli Stati Uniti concentrerebbero circa un terzo di tutto il debito pubblico mondiale va invece considerata come una stima indicativa, dipendente dal metodo utilizzato, dai tassi di cambio e dall’inclusione o meno del debito detenuto all’interno delle amministrazioni. Il dato certo è che quello statunitense costituisce il più grande mercato mondiale di titoli sovrani e rappresenta il principale riferimento per il costo del denaro internazionale.
Il CBO Congressional Budget Office prevede per l’esercizio 2026 un disavanzo federale di circa 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del Pil. I costi netti per interessi dovrebbero raggiungere 1.039 miliardi, circa il 19% delle entrate federali previste. In altri termini, quasi un dollaro ogni cinque incassati dal governo servirà a pagare gli interessi sui debiti già accumulati, prima ancora di finanziare pensioni, sanità, difesa o investimenti.
Il problema è destinato ad aggravarsi perché l’aumento dei rendimenti si trasferisce lentamente sul bilancio. Il Tesoro non rifinanzia tutto il debito in una sola volta: ogni mese, però, titoli emessi negli anni dei tassi bassissimi scadono e vengono sostituiti con nuove obbligazioni molto più costose. Il CBO stima che gli interessi possano superare i 2.100 miliardi annui nel 2036, diventando una delle componenti del bilancio federale a più rapida crescita.
Il Wall Street Journal: non è soltanto la guerra
Il Wall Street Journal collega l’ultima accelerazione dei rendimenti al rialzo del petrolio e alle tensioni in Medio Oriente, che alimentano il timore di un’inflazione più persistente. Ma richiama anche un problema strutturale: la mancanza, a Washington, di una volontà politica concreta di affrontare il deterioramento dei conti pubblici. Derek Halpenny di MUFG ha osservato che negli Stati Uniti sembra non esserci «alcuna disponibilità» a correggere la traiettoria fiscale, circostanza che grava soprattutto sulle scadenze più lunghe.
Il dubbio sollevato dal quotidiano finanziario è quindi che il mercato stia cominciando a chiedere un premio permanente più elevato per detenere debito americano. Non si tratta ancora di una fuga dai Treasury, ma di una diversa valutazione del rischio prodotto dalla combinazione tra deficit elevati, inflazione resistente e crescente quantità di titoli da collocare.
Il Washington Post: il mercato obbligazionario presenta il conto
Il Washington Post ha descritto il rialzo dei rendimenti come una forma di punizione inflitta dai mercati a un’America incapace di controllare la spesa. Il quotidiano sottolinea che il costo non ricade soltanto sul governo: il decennale influenza mutui, finanziamenti immobiliari, prestiti alle imprese e valutazioni azionarie. Rendimenti stabilmente vicini al 5% possono quindi frenare il mercato della casa e ridurre gli investimenti, proprio mentre l’economia mostra segnali di rallentamento.
La testata evidenzia inoltre una responsabilità bipartisan. Repubblicani e democratici hanno approvato, in fasi diverse, riduzioni fiscali e aumenti di spesa senza predisporre coperture sufficienti. Il rischio è che gli interessi riducano progressivamente lo spazio per qualunque politica futura, comprese quelle necessarie per reagire a una recessione, a una crisi finanziaria o a un’emergenza internazionale.
Il giornale pone anche un dubbio sulla strategia della Casa Bianca: fare pressione sulla Federal Reserve perché riduca i tassi a breve non garantisce un calo dei rendimenti a lungo termine. Se gli investitori interpretassero i tagli come una minaccia all’indipendenza della banca centrale o alla stabilità dei prezzi, potrebbero chiedere rendimenti ancora maggiori sui Treasury decennali e trentennali.
Barron’s: i bond non reagiscono più come previsto
Barron’s segnala un fenomeno particolarmente preoccupante: i rendimenti a lunga scadenza sono rimasti elevati anche dopo dati più deboli sull’occupazione e un’inflazione meno forte delle attese. Normalmente queste indicazioni dovrebbero favorire un calo dei tassi. Il fatto che non sia avvenuto suggerisce che il mercato guardi ormai oltre la politica monetaria, concentrandosi sull’offerta crescente di debito, sui disavanzi e sulla credibilità fiscale.
La rivista non sostiene tuttavia che sia già in corso una crisi di fiducia. Le aste continuano ad attirare compratori e quella del trentennale ha registrato un rapporto tra domanda e offerta ancora solido. Gli Stati Uniti conservano il mercato finanziario più ampio e liquido del mondo, il dollaro resta la principale valuta di riserva e non esiste al momento un’alternativa capace di sostituire i Treasury su scala globale. Il pericolo, quindi, non è un default imminente, ma una lenta erosione del vantaggio finanziario americano.
Il circolo vizioso dei rendimenti
La dinamica può diventare autoalimentata: più il debito cresce, più titoli devono essere emessi; maggiore è l’offerta, più elevato può essere il rendimento richiesto dagli investitori; tassi superiori fanno aumentare la spesa per interessi, che amplia ulteriormente il deficit e richiede nuove emissioni.
Secondo il CRFB Committee for a Responsible Federal Budget, se i rendimenti rimanessero anche solo 45 punti base sopra le ipotesi del CBO, il debito aumenterebbe di altri 1.700 miliardi di dollari entro il 2036 e gli interessi annuali potrebbero arrivare a 2.400 miliardi.
I Treasury rimangono il bene rifugio centrale della finanza mondiale. Ma il messaggio della stampa americana è convergente: questa posizione non rende gli Stati Uniti immuni dalle conseguenze delle proprie scelte fiscali. Il mercato non sta ancora negando credito a Washington; sta semplicemente chiedendo un prezzo sempre più alto per concederlo.





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