Il problema non è l’AfD. È quello che il voto sta dicendo alla Germania

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— di Marco Pozzi

Il terremoto della Sassonia-Anhalt non può più essere archiviato come una protesta dell’Est. Quando quasi un elettore su due sceglie il partito che tutti gli altri considerano impresentabile, la domanda non è più perché abbia vinto l’AfD. È perché gli altri abbiano perso così tanto.

C’è qualcosa di quasi paradossale nel modo in cui la Germania sta reagendo al voto della Sassonia-Anhalt.
L’AfD ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti. La CDU è precipitata al 17,2 per cento. L’affluenza è arrivata al 77,8 per cento, un dato che smentisce l’idea di un elettorato semplicemente disinteressato o rassegnato. L’AfD ha conquistato 39 degli 83 seggi del Landtag: tre in meno della maggioranza assoluta.

Non è una fiammata.
Non è nemmeno, ormai, una semplice protesta.
È una frattura.

E la prima cosa che colpisce è che, ancora una volta, la discussione rischia di concentrarsi quasi esclusivamente sulla natura dell’AfD, anziché sulle ragioni per cui milioni di tedeschi hanno deciso di votarla.

La parola che assolve tutti gli altri

La parola è già pronta: «estrema destra».
È una definizione che descrive una parte della realtà, ma rischia di diventare anche una comoda scorciatoia politica.
Perché se l’AfD è soltanto un fenomeno patologico, allora il problema può essere risolto isolando la patologia.
Se invece quasi il 44 per cento degli elettori di un Land sceglie quella forza politica, il problema diventa molto più inquietante: che cosa rappresenta quel voto che gli altri partiti non riescono più a rappresentare?
È questa la domanda che il sistema politico tedesco sembra avere ancora difficoltà ad affrontare.

Friedrich Merz ha definito il risultato una sconfitta che ha scosso la CDU «alle sue fondamenta». Ha parlato della necessità di conseguenze e di riforme fondamentali, ma contemporaneamente ha ribadito che non ci sarà alcuna collaborazione con l’AfD. È comprensibile. Ma non basta.

Perché il problema della CDU non è soltanto che non vuole governare con l’AfD. Il problema è che rischia di non capire più perché una parte così grande del Paese non vuole più essere governata come prima.

La fortezza assediata

Da anni la politica tedesca ha costruito attorno all’AfD una sorta di cordone sanitario.
Il principio è semplice: nessuna collaborazione, nessuna legittimazione, nessuna possibilità di accesso al governo.
Il principio può essere politicamente comprensibile.
Ma c’è un momento in cui una barriera pensata per impedire a un partito di arrivare al potere rischia di trasformarsi in una barriera che impedisce di vedere ciò che sta accadendo fuori dalla fortezza.
Il voto della Sassonia-Anhalt è precisamente quel momento.
Perché il muro non ha impedito all’AfD di crescere. Anzi.

L’ha vista passare dal 20,8 per cento del 2021 al 43,8 per cento di oggi.
La CDU, nello stesso tempo, è precipitata dal 37,1 al 17,2 per cento.
Il dato più interessante, dunque, non è soltanto la crescita dell’AfD.
È la simultanea implosione del partito che avrebbe dovuto rappresentare l’elettorato conservatore.

Non hanno votato contro la democrazia
Qui occorre una distinzione che dovrebbe essere ovvia, ma che nel dibattito pubblico viene sempre più spesso smarrita.
Un elettore può votare un partito radicale, populista o perfino estremista senza che per questo il suo voto cessi di essere un voto democratico.
Si può contestare l’AfD. Si possono denunciare le sue posizioni più radicali.
Si può ritenere pericolosa una parte della sua classe dirigente.
Ma non si può risolvere il problema definendo automaticamente antidemocratici milioni di cittadini che la votano.

È esattamente questo il rischio della trasformazione del dissenso politico in una questione morale.
Quando un cittadino vota contro il governo, contro la politica migratoria, contro il riarmo, contro la linea sulla Russia, contro l’aumento del costo della vita o semplicemente contro l’establishment, non necessariamente sta votando contro la democrazia.
Potrebbe affermare, molto più semplicemente:
«Questa democrazia non mi rappresenta più». Ed è una frase molto più difficile da neutralizzare.

La Germania che non vuole più essere rassicurata

Il voto della Sassonia-Anhalt arriva inoltre in un momento nel quale la Germania sta affrontando una combinazione particolarmente difficile di problemi economici, energetici e geopolitici.
Il costo dell’energia continua a pesare sull’industria.
La crescita resta fragile.
Il dibattito sull’immigrazione è diventato una delle principali linee di frattura politica.
La guerra in Ucraina ha modificato profondamente la politica estera e di sicurezza tedesca.
E il governo continua a chiedere sacrifici, riarmo e trasformazioni strutturali mentre una parte crescente della popolazione percepisce una distanza sempre maggiore tra le proprie condizioni materiali e le priorità della classe dirigente.
Il punto non è stabilire se questa percezione sia sempre corretta.
Il punto è che esiste.
E la politica che non sa rispondere a una percezione diffusa finisce inevitabilmente per consegnarla a qualcun altro.

Il paradosso della protesta

C’è poi un secondo elemento che dovrebbe far riflettere.
L’AfD non ha ottenuto questo risultato perché tutti i suoi elettori condividano necessariamente la sua ideologia.
Ha ottenuto questo risultato perché è riuscita a diventare il contenitore di una quantità di malesseri diversi.
Il voto di protesta, il voto contro l’immigrazione, il voto contro Berlino, il voto contro Merz, il voto contro il riarmo, il voto contro la guerra, il voto contro la transizione energetica, il voto di chi si sente economicamente abbandonato.
Tutto dentro la stessa scheda.
È questo che rende il fenomeno politicamente interessante e, allo stesso tempo, pericoloso.
Perché un partito può crescere molto rapidamente quando riesce a raccogliere domande diverse sotto un’unica bandiera.
Ma proprio per questo il suo successo elettorale non significa automaticamente che esista un progetto politico altrettanto coerente.
L’AfD deve ancora dimostrare di essere capace di trasformare il voto di protesta in una proposta di governo. E qui comincia la sua responsabilità.

Il giorno dopo

Il vero banco di prova, dunque, non sarà stabilire se l’AfD sia rispettabile.
Sarà verificare che cosa farà quando il voto smetterà di essere soltanto protesta e diventerà possibilità concreta di governo.
Perché governare significa molto più che denunciare ciò che non funziona.
Significa decidere. Significa trovare risorse. Significa amministrare.
Significa assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie scelte.
L’AfD è arrivata a un punto nel quale non può più limitarsi a essere il partito degli altri che hanno fallito.
Se vuole diventare forza di governo, dovrà spiegare quale Germania intende costruire. Ed è qui che emergeranno anche le contraddizioni già visibili al suo interno: tra nazionalismo e libertarismo, tra sovranità nazionale e interessi economici globali, tra apertura alla Russia come scelta geopolitica e apertura alla Russia come semplice questione energetica.
La vittoria elettorale non risolve queste contraddizioni.
Le rende semplicemente impossibili da nascondere.

La domanda che nessuno vuole fare

Ma c’è una domanda ancora più importante.
Che cosa accadrebbe se tutti gli altri partiti continuassero a comportarsi come se il problema fosse soltanto l’AfD?
La risposta è contenuta, almeno in parte, nei numeri di questa elezione.
L’AfD cresce. La CDU crolla. L’SPD resta marginale. I Verdi sopravvivono.
La Linke arretra. Il BSW entra nel Landtag.
E quasi otto elettori su dieci vanno comunque a votare.
Non è l’immagine di una società che ha rinunciato alla politica.
È l’immagine di una società che sta cercando disperatamente un modo per usarla contro chi la governa. Questa è la differenza fondamentale.
Non che l’AfD abbia vinto.
Ma che il sistema che per anni ha promesso di fermarla continua a non chiedersi perché continui a vincere.

La Germania davanti allo specchio

Per anni l’Europa ha osservato con una certa apprensione la crescita delle destre radicali negli altri Paesi. Adesso il problema è arrivato nel cuore della Germania.
E non può essere liquidato come un fenomeno provinciale dell’ex Germania Est.
La Sassonia-Anhalt è uno specchio.
E nello specchio la Germania vede una cosa che probabilmente non avrebbe voluto vedere: quasi metà degli elettori di un suo Land ha deciso che il sistema politico esistente non è più sufficiente a rappresentarli.
La risposta può essere costruire un muro ancora più alto.
Oppure provare finalmente a capire che cosa c’è dall’altra parte.
Il primo metodo è più semplice. Il secondo è politica.
E forse è proprio questa la lezione più importante del voto.
Non che l’AfD abbia vinto.
Ma che il sistema che per anni ha promesso di fermarla continua a non chiedersi perché continui a vincere.

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