Poste conquista il controllo di TIM con il 66,6%: ora obiettivi diventano integrazione e delisting
Il rilancio della componente in contanti ha determinato un’accelerazione decisiva delle adesioni nell’ultima giornata. Poste ottiene la maggioranza, ma l’uscita di TIM dalla Borsa richiederà ulteriori passi
Poste Italiane conquista il controllo di Telecom Italia al termine della prima fase dell’offerta pubblica di acquisto e scambio, raggiungendo una partecipazione pari al 66,627% del capitale. Un risultato che modifica profondamente gli equilibri del settore italiano delle telecomunicazioni e apre ora la fase più complessa: trasformare due grandi gruppi in un’unica piattaforma industriale, finanziaria e digitale.

Secondo i risultati provvisori comunicati l’11 settembre 2026, sono state portate in adesione 993.608.722 azioni TIM, pari al 58,230% dei titoli oggetto dell’offerta e al 46,523% del capitale complessivo. A queste si aggiungono le 429.363.990 azioni già possedute da Poste, corrispondenti al 20,104% di TIM. La partecipazione complessiva sale così a 1.422.972.712 azioni.
L’aspetto più significativo è la concentrazione delle adesioni nell’ultima seduta: l’11 settembre sono state consegnate 635.897.378 azioni, quasi due terzi di tutti i titoli apportati durante l’intero periodo. Una corsa finale determinata soprattutto dalla decisione di Poste di migliorare il corrispettivo.
La componente in contanti è stata aumentata di 30 centesimi, passando da 1,67 a 1,97 euro per ogni azione TIM, mentre la componente azionaria è rimasta fissata a 0,218 nuove azioni Poste. Secondo Reuters, il rilancio ha aumentato di circa 550 milioni di euro il valore dell’operazione, portandolo intorno ai 13,15 miliardi ai prezzi di mercato. La stessa agenzia ha riferito che una parte degli investitori istituzionali considerava poco attraenti le condizioni originarie. Il miglioramento dell’offerta ha quindi sbloccato adesioni fino a quel momento piuttosto contenute.
Gli analisti di Intermonte hanno parlato di una “mossa pragmatica” diretta a portare l’operazione a una conclusione positiva. Poste ha inoltre rinunciato alla condizione che subordinava l’efficacia dell’offerta al raggiungimento di almeno il 66,67% dei diritti di voto. Una scelta prudenziale che ha consentito di eliminare il rischio di un insuccesso formale proprio mentre la partecipazione finale si è fermata appena sotto quella soglia.
Il controllo è acquisito, il delisting non ancora
Con il 66,627% Poste dispone di una maggioranza molto ampia e del controllo dell’assemblea ordinaria di TIM. La quota raggiunta non coincide tuttavia con la conquista dell’intero capitale e, soprattutto, non determina automaticamente il delisting.
L’obiettivo dichiarato fin dal lancio dell’offerta è infatti acquisire la totalità delle azioni e revocare TIM dalla quotazione su Euronext Milan. Per avvicinarsi a questo traguardo sarà importante la riapertura dei termini prevista dal 21 al 25 settembre. Gli azionisti che aderiranno in questa seconda finestra riceveranno lo stesso corrispettivo il 2 ottobre, mentre il pagamento a favore di chi ha già consegnato i titoli è fissato al 18 settembre.
Se le nuove adesioni non permetteranno di raggiungere le soglie necessarie per l’uscita automatica dalla Borsa, Poste dovrà valutare eventuali operazioni societarie successive. Nel frattempo, gli azionisti rimasti in TIM dovranno considerare il possibile assottigliamento del flottante e la conseguente riduzione della liquidità del titolo.
Equita ha indicato proprio questo elemento tra le ragioni favorevoli all’adesione: restare azionisti di TIM potrebbe significare mantenere in portafoglio un titolo meno liquido, mentre aderire permette di partecipare attraverso le azioni Poste alla creazione di valore del gruppo combinato. La Sim considera inoltre “realistiche” le sinergie annunciate e ritiene che possano emergere ulteriori vantaggi in presenza di un controllo completo.
Un gruppo da quasi 27 miliardi di ricavi
La logica industriale dell’operazione va oltre il consolidamento delle telecomunicazioni. Poste punta a integrare la propria rete fisica e digitale con le attività di TIM nella connettività, nei servizi cloud, nei data center, nella cybersecurity e nei servizi destinati a imprese e pubbliche amministrazioni.
Sulla base dei dati 2025, il nuovo gruppo avrebbe ricavi aggregati per circa 26,9 miliardi di euro, un risultato operativo vicino a 4,8 miliardi e oltre 150mila dipendenti. Poste stima sinergie ante imposte per circa 700 milioni di euro all’anno: 500 milioni deriverebbero dalla riduzione dei costi e dall’ottimizzazione della struttura finanziaria di TIM, mentre più di 200 milioni arriverebbero dalla crescita dei ricavi e dalla vendita incrociata di servizi.
Le economie di costo dovrebbero manifestarsi entro il secondo anno dall’operazione; quelle commerciali entro tre anni. Anche i costi una tantum dell’integrazione vengono stimati in circa 700 milioni. Poste prevede un contributo positivo all’utile per azione già dal 2027. Le stime sono contenute nel piano industriale presentato da Poste al momento del lancio dell’Opas.
Nel comunicato di TIM del 9 settembre l’amministratore delegato Matteo Del Fante ha descritto la nuova realtà come “veramente un colosso a livello europeo”, sostenendo che l’integrazione dovrebbe offrire agli azionisti TIM la possibilità di ridurre il rischio e beneficiare di dividendi più prevedibili. Il consiglio di amministrazione di TIM aveva già espresso all’unanimità una valutazione favorevole sull’offerta e, dopo il rilancio, ha accolto positivamente l’aumento del corrispettivo.
Tra campione nazionale e ritorno dello Stato
L’operazione possiede anche una forte valenza politica. Poste è controllata dal ministero dell’Economia e da Cassa depositi e prestiti e, secondo le stime aziendali, i soggetti pubblici conserveranno complessivamente più del 50% del capitale anche dopo l’emissione delle nuove azioni destinate agli aderenti.
Il Financial Times ha sottolineato come l’offerta abbia riaperto il dibattito sul possibile ritorno dello Stato al centro dell’ex monopolista telefonico. Del Fante ha respinto questa interpretazione, sostenendo che la combinazione ridurrà in realtà il peso percentuale pubblico rispetto alla situazione attuale di Poste e produrrà valore industriale, non soltanto stabilità azionaria.
Il vero banco di prova arriverà comunque dopo la chiusura dell’offerta. Le sinergie dovranno essere trasformate in risultati senza rallentare gli investimenti, indebolire la concorrenza o appesantire una struttura che riunirà attività molto differenti: dalla logistica alle assicurazioni, dai pagamenti alla telefonia, fino al cloud e all’intelligenza artificiale.
Il 66,627% rappresenta quindi una vittoria finanziaria e il passaggio del controllo di TIM a Poste. Non costituisce ancora, però, il punto di arrivo. La riapertura dei termini dirà quanto Poste potrà avvicinarsi al pieno controllo e al delisting; successivamente sarà la capacità di integrare reti, tecnologie, personale e culture aziendali a stabilire se il nuovo “campione nazionale” sarà davvero in grado di competere su scala europea.
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