Dazi e protezionismo: come cambia il commercio mondiale e perché rischia il made in Italy
La frammentazione dell’economia globale protegge alcuni settori, ma aumenta costi, prezzi e incertezza. In Italia la farmaceutica sostiene l’export verso gli Stati Uniti, mentre numerosi comparti legati alle piccole imprese perdono terreno.

Tra il 2025 e il 2026 il commercio internazionale è entrato in una nuova fase. Gli Stati Uniti hanno ampliato l’impiego di dazi e restrizioni agli investimenti, mentre la Cina ha risposto adottando proprie contromisure, compresi controlli sulle esportazioni di minerali critici.
Questa trasformazione va oltre una tradizionale disputa commerciale. Sicurezza nazionale, autonomia strategica e controllo delle tecnologie stanno assumendo un’importanza crescente nelle decisioni economiche. Le imprese sono così spinte a rivedere fornitori, mercati di destinazione e localizzazione degli impianti produttivi.
Il risultato è una maggiore frammentazione del sistema commerciale e finanziario mondiale, con la formazione di blocchi economici più distinti e un progressivo indebolimento delle catene globali costruite sulla ricerca del minor costo possibile.
Aumentano gli squilibri tra le maggiori economie
Nell’External Sector Report 2026, il Fondo monetario internazionale rileva che nel 2025 gli squilibri globali delle partite correnti si sono ampliati ulteriormente. Cina e Stati Uniti figurano tra i principali responsabili dell’aumento degli squilibri considerati eccessivi.
La Cina continua a registrare un rilevante avanzo esterno, mentre gli Stati Uniti presentano il maggiore disavanzo mondiale. La persistenza di queste divergenze può accentuare le tensioni politiche e aumentare il rischio di correzioni disordinate sui mercati commerciali, finanziari e valutari.
Secondo il FMI, una riduzione degli squilibri richiederebbe interventi coordinati sulle cause interne: consumi insufficienti e risparmio elevato nelle economie in surplus, eccesso di domanda e squilibri fiscali in quelle in deficit. I soli dazi, invece, rischiano di modificare la provenienza delle importazioni senza risolvere i problemi strutturali.
Quanto può costare la frammentazione globale
Un’analisi pubblicata dal World Economic Forum stima che le restrizioni introdotte entro marzo 2026 potrebbero ridurre la crescita mondiale di almeno 0,2 punti percentuali, esercitando contemporaneamente pressioni al rialzo sull’inflazione.
In uno scenario estremo caratterizzato da una forte escalation delle restrizioni, la perdita di crescita potrebbe raggiungere 6,4 punti percentuali, mentre l’inflazione potrebbe aumentare di 6,1 punti. Questi valori non rappresentano una previsione centrale, ma una simulazione degli effetti potenziali di una frammentazione particolarmente grave.
Le stime, inoltre, non comprendono integralmente le conseguenze dei conflitti in Medio Oriente e in Europa, che potrebbero aggravare l’aumento dei costi energetici, logistici e finanziari.
Chi paga realmente i dazi
I dazi vengono riscossi alla frontiera dall’impresa che importa la merce, ma il loro costo può essere distribuito tra diversi soggetti. L’importatore può assorbirlo riducendo il proprio margine, trasferirlo ai consumatori attraverso prezzi più elevati oppure chiedere al produttore estero di ridurre il prezzo di vendita.
La ripartizione dipende dal potere contrattuale delle imprese, dalla disponibilità di fornitori alternativi e dalla reazione della domanda agli aumenti di prezzo.
Il protezionismo può sostenere la produzione di alcuni settori nazionali, ma può anche danneggiare le imprese che utilizzano componenti e materie prime importate. Se gli input esteri diventano più costosi, aumentano i costi di produzione e si riduce la competitività tanto sul mercato interno quanto su quelli internazionali.
Per i consumatori, le conseguenze più frequenti sono prezzi superiori e una minore varietà di prodotti. Una parte del beneficio ottenuto dalle industrie protette viene quindi compensata dai costi sostenuti dal resto dell’economia.
Il doppio volto dell’export italiano verso gli Stati Uniti
L’impatto sul sistema produttivo italiano varia sensibilmente da un settore all’altro. Secondo un’analisi di Confartigianato, tra agosto 2025 e maggio 2026 le esportazioni manifatturiere complessive verso gli Stati Uniti sono aumentate del 2,9%.
Il dato aggregato, tuttavia, è fortemente influenzato dal buon andamento della farmaceutica. Escludendo questo comparto, l’export manifatturiero italiano verso il mercato statunitense è diminuito dell’1,3%.
La situazione è ancora più difficile per i settori a maggiore presenza di micro e piccole imprese. Alimentare, moda, legno e arredamento, gioielleria, occhialeria, articoli sportivi e giochi hanno registrato complessivamente una contrazione dell’8,3% nei dieci mesi di applicazione delle tariffe.
Il cuore tradizionale del made in Italy appare quindi più vulnerabile rispetto ai grandi gruppi farmaceutici. Le imprese di minori dimensioni dispongono generalmente di meno risorse per assorbire i dazi, riorganizzare le catene di fornitura o spostarsi rapidamente verso mercati alternativi.
Non è soltanto una questione di tariffe
Il rallentamento dell’export non può essere attribuito esclusivamente ai dazi. Sui risultati delle imprese italiane incidono anche l’andamento del cambio euro-dollaro, la domanda interna statunitense, i costi energetici e logistici e la capacità delle aziende di modificare i propri prezzi.
L’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, per esempio, rende i prodotti italiani più costosi per i compratori statunitensi anche in assenza di nuove tariffe. Dazi e cambio possono quindi sommarsi, riducendo ulteriormente la competitività delle esportazioni.
Anche la composizione settoriale è determinante. Prodotti altamente differenziati e difficilmente sostituibili consentono alle imprese di trasferire una parte maggiore dei costi sui clienti. Nei mercati più concorrenziali, invece, un aumento dei prezzi può provocare una perdita più rapida delle quote di mercato.
Le nuove regole statunitensi
Il 24 luglio 2026 gli Stati Uniti hanno sostituito il dazio globale temporaneo applicato sulla base della Section 122 con un nuovo sistema di misure rivolte ai singoli partner commerciali ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974.
Il regime introduce aliquote, criteri ed esenzioni differenziati. Per alcune merci europee il costo effettivo può risultare inferiore rispetto al sistema precedente, anche grazie all’esclusione di determinati prodotti e alla mancata sovrapposizione con alcuni dazi già esistenti.
Non si tratta però di un vantaggio uniforme. L’impatto deve essere valutato in base alla classificazione doganale, all’origine del prodotto e alle eventuali esenzioni applicabili. Per le imprese esportatrici aumenta quindi anche il costo amministrativo necessario per interpretare le regole e dimostrare la conformità delle merci.
Perché le barriere commerciali tendono a durare
Una volta introdotte, le misure protezionistiche possono diventare difficili da rimuovere. Le imprese che ricevono una protezione diretta ottengono un beneficio concentrato e hanno un forte incentivo a sostenerne la prosecuzione.
I costi, invece, sono distribuiti tra milioni di consumatori e numerose imprese utilizzatrici di beni importati. Proprio perché meno visibili individualmente, questi soggetti hanno spesso una capacità inferiore di influenzare le decisioni politiche.
Il protezionismo può così diventare autoalimentante: crea nuovi interessi economici, spinge le imprese a modificare gli investimenti e rende politicamente costoso ripristinare condizioni commerciali più aperte.
La sfida per le imprese italiane
Per l’Italia la risposta non può limitarsi alla ricerca di nuove protezioni. Le imprese devono diversificare i mercati, rafforzare il posizionamento dei marchi e ridurre la dipendenza da singoli paesi o fornitori.
Anche le politiche pubbliche possono svolgere un ruolo importante attraverso strumenti di assicurazione del credito, sostegno all’internazionalizzazione, accordi commerciali e semplificazione delle procedure doganali.
La nuova stagione dei dazi non segna necessariamente la fine del commercio globale, ma ne modifica profondamente regole e geografia. Per il made in Italy, la capacità di adattarsi a un sistema più frammentato sarà decisiva per difendere competitività e quote di mercato.





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