Vita lavorativa media in Italia: quanti anni si lavora rispetto all’Europa
L’Italia resta il fanalino di coda d’Europa per numero di anni trascorsi nel mercato del lavoro, con un distacco che negli ultimi dieci anni si è addirittura allargato. È quanto emerge dall’ultima elaborazione della CNA sui dati Eurostat, diffusa il 17 agosto, che colloca la durata attesa della vita lavorativa italiana a 33 anni nel 2025, contro una media dell’Unione europea di 37,5 anni. Solo la Romania fa peggio del nostro Paese.

Un indicatore diverso dall’età pensionabile
La durata attesa della vita lavorativa non misura l’età alla quale si smette di lavorare, né il numero di anni effettivamente versati da chi ha una carriera continua. È una stima statistica che indica quanti anni una persona di 15 anni può aspettarsi di trascorrere nella forza lavoro, da occupata o da disoccupata in cerca di impiego, sulla base delle condizioni demografiche e occupazionali attuali. Proprio per questo l’indicatore fotografa l’intero percorso lavorativo di un Paese, comprese le interruzioni, l’ingresso tardivo nel mercato del lavoro e i periodi di inattività, non soltanto la fase finale della carriera.
Il dato italiano è cresciuto di poco negli ultimi dodici mesi, passando da 32,8 a 33 anni, un incremento di poco più di due mesi contro i tre mesi guadagnati in media dall’Unione europea. Il confronto con il 2015 conferma la stessa tendenza: allora l’Italia partiva da 30,7 anni contro i 34,9 della media Ue, e nel decennio successivo il ritardo, invece di ridursi, è salito da 4,2 a 4,5 anni.
Il confronto con gli altri Paesi europei
Le distanze dalle principali economie del continente restano ampie. La Germania si attesta a 40,2 anni, la Francia a 37,5, la Spagna a 36,8. Il divario più marcato è però con i Paesi Bassi, dove la durata attesa della vita lavorativa raggiunge i 44 anni, undici in più rispetto all’Italia. Questi numeri collocano l’Italia stabilmente nella fascia bassa della classifica europea, un posizionamento che si trascina da anni e che secondo la CNA riflette più un problema di partecipazione al lavoro che di eccessiva generosità del sistema previdenziale.
Il divario di genere, il più ampio dell’Unione
Il dato più critico riguarda l’occupazione femminile. In Italia la durata attesa della vita lavorativa delle donne si ferma a 28,4 anni, contro i 35,4 della media europea. Il divario tra uomini e donne raggiunge così 8,9 anni, il più elevato tra tutti gli Stati membri. Il dato è coerente con un tasso di occupazione femminile fermo al 58%, quasi tredici punti sotto la media Ue, che resta il più ampio squilibrio occupazionale di genere registrato in Europa. La CNA collega questo ritardo soprattutto alla carenza di servizi di supporto alla famiglia, un fattore che pesa in particolare nelle regioni del Mezzogiorno e che continua a frenare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro lungo tutto l’arco della vita lavorativa.
Che cosa cambia per chi va in pensione nel 2026
Se la vita lavorativa media resta corta, i requisiti per accedere alla pensione non si sono allentati. Nel 2026 la pensione di vecchiaia ordinaria richiede 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi, mentre la pensione anticipata ordinaria consente di lasciare il lavoro indipendentemente dall’età anagrafica, ma solo con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.
I canali di uscita più flessibili, che negli ultimi anni avevano offerto alternative a una parte dei lavoratori, si sono invece ridotti. La legge di bilancio per il 2026 non ha prorogato né quota 103 né opzione donna, che restano quindi accessibili soltanto a chi ha maturato i rispettivi requisiti entro il 31 dicembre 2025 e il 31 dicembre 2024. L’unico strumento di flessibilità confermato per l’intero 2026 è l’ape sociale, rivolta a lavoratori in condizioni di svantaggio come disoccupati, caregiver e chi svolge mansioni gravose, con accesso a partire dai 63 anni e 5 mesi di età e requisiti contributivi che variano in base alla categoria.
Una questione di lavoro, non solo di pensioni
La CNA sottolinea come la vera criticità del sistema previdenziale italiano non sia tanto l’età di uscita dal lavoro, quanto la brevità e la discontinuità delle carriere che precedono il pensionamento. Con un’età mediana della popolazione arrivata a 49,1 anni, gli over 65 che rappresentano ormai quasi un quarto degli italiani e una spesa pensionistica pari al 15,5% del Pil, la più alta nell’Unione europea, il tema della partecipazione al mercato del lavoro si intreccia sempre più strettamente con la sostenibilità del sistema pensionistico nel suo complesso.





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