Palestina e Cisgiordania, oltre le metafore: violenza, occupazione e crisi della prospettiva politica
L’analisi di Alessandra Filippi solleva il problema delle responsabilità istituzionali e della credibilità dei mediatori
I dati delle Nazioni Unite confermano una grave emergenza, mentre israeliani e palestinesi restano intrappolati in un conflitto senza un percorso politico credibile.
Nel suo articolo “L’ecosistema della sopraffazione”, Alessandra Filippi ricorre a un linguaggio volutamente duro per descrivere la realtà dei territori palestinesi. Al di là delle similitudini utilizzate, il nucleo della sua riflessione riguarda una questione concreta: le violenze compiute dai coloni israeliani in Cisgiordania devono essere considerate episodi isolati oppure parte di un sistema più ampio, caratterizzato dall’espansione degli insediamenti, dalla protezione militare e da una sostanziale carenza di responsabilità giudiziaria?

Non si può più parlare di fenomeno marginale
I dati disponibili rendono difficile liquidare il problema come un fenomeno marginale. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, dall’inizio del 2026 al 24 agosto almeno 79 palestinesi, tra i quali 19 minori, sono stati uccisi in Cisgiordania dalle forze israeliane o dai coloni. Nello stesso periodo circa 1.870 persone sono rimaste ferite. Più di mille ferimenti sono avvenuti nel contesto di aggressioni attribuite ai coloni. L’ONU riferisce inoltre che le forze israeliane, in diversi episodi, non avrebbero protetto la popolazione palestinese e, in alcuni casi, avrebbero agevolato o accompagnato le violenze. Si tratta di accuse che richiedono verifiche puntuali, ma la loro frequenza indica un problema strutturale di sicurezza e di applicazione della legge. Fonte: OCHA – rapporto del 28 agosto 2026.
Il governo israeliano respinge l’idea che le violenze rappresentino l’intera comunità degli insediamenti. Dopo l’aggressione avvenuta nei villaggi di Qusra e Jalud, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha condannato gli atti criminali compiuti da quella che ha definito una minoranza di facinorosi. Le forze di sicurezza hanno dichiarato di essere intervenute per separare i gruppi e di avere sequestrato alcuni veicoli. Per Alessandra Filippi, tuttavia, la formula della “minoranza violenta” rischia di ridurre la portata di un fenomeno favorito dalla progressiva occupazione delle terre e dall’insufficienza delle indagini. Anche il quotidiano The Guardian ha riportato in agosto che una donna palestinese e una troupe di NBC News sarebbero state aggredite e ferite da coloni israeliani mascherati nella Cisgiordania occupata da Israele, in un contesto di crescente tensione nella zona.
Ricostruzioni contrastanti
La complessità emerge anche dalle ricostruzioni contrastanti dei singoli episodi. Nel caso dell’uccisione di due giovani palestinesi ad Al Mughayyir, le autorità palestinesi hanno attribuito la responsabilità ai coloni e ai militari, mentre l’esercito israeliano ha sostenuto di essere intervenuto durante disordini caratterizzati dal lancio di pietre e ha annunciato un’indagine. Proprio la distanza fra le versioni mostra la necessità di accertamenti indipendenti, trasparenti e accessibili alle famiglie delle vittime. Qui quanto riporta Reuters.
Alla violenza si aggiunge la frammentazione territoriale. L’OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, riporta che, in circa due anni e mezzo, sarebbero stati costituiti 26 avamposti israeliani nell’Area B della Cisgiordania, 19 dei quali dalla fine del 2024. Queste installazioni, insieme alle strade riservate, ai posti di blocco e alle limitazioni di accesso ai terreni agricoli, riducono la continuità delle comunità palestinesi. È su questo punto che l’autrice formula la sua critica più politica: continuare a evocare la soluzione dei “due popoli e due Stati” rischia di diventare un esercizio retorico se sul terreno viene progressivamente meno lo spazio necessario alla costituzione di uno Stato Palestinese territorialmente coerente.
La questione possiede anche una precisa dimensione giuridica. Nel parere consultivo del 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha giudicato illegittima la prosecuzione della presenza israeliana nei Territori palestinesi occupati e ha indicato l’obbligo di interrompere le nuove attività di insediamento. Il parere non ha il valore esecutivo di una sentenza tra Stati, ma costituisce un’autorevole interpretazione del diritto internazionale.
L’altra componente dell’emergenza è Gaza
Nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025 abbia permesso un parziale aumento degli aiuti, l’OCHA descrive una situazione ancora gravissima: il 94% della popolazione necessita di assistenza abitativa e il 58% presenta bisogni di riparo definiti critici o catastrofici. L’accesso umanitario resta limitato e gran parte del territorio continua a essere inaccessibile o sottoposta a severe restrizioni.
Una lettura equilibrata non può ignorare gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, l’uccisione di civili israeliani, la questione degli ostaggi e il diritto di Israele a proteggere la propria popolazione. Nello stesso tempo, la sicurezza israeliana non può tradursi nella riduzione delle garanzie dovute ai civili palestinesi. Il diritto umanitario impone obblighi a tutte le parti: proibisce gli attacchi contro i civili, le punizioni collettive e le violenze indiscriminate, indipendentemente dall’identità di chi le commette.
Le indicazioni di Alessandra Filippi
Dall’articolo di Alessandra Filippi emergono alcune indicazioni precise. La prima è abbandonare un linguaggio che presenti ogni aggressione come un fatto isolato, esaminando invece le eventuali responsabilità delle autorità civili e militari. La seconda è affidare la mediazione internazionale a personalità percepite come realmente indipendenti, prive di interessi economici o politici capaci di comprometterne la credibilità. L’autrice esprime infatti forti dubbi sull’imparzialità di figure come Jared Kushner e Tony Blair.
La terza indicazione riguarda il contenuto dei negoziati. Secondo Alessandra Filippi, non è sufficiente discutere del disarmo di Hamas senza affrontare parallelamente il ritiro militare da Gaza, l’espansione degli insediamenti, la protezione dei civili e la continuità territoriale palestinese. La soluzione dei due Stati, se deve restare l’obiettivo della comunità internazionale, richiede dunque misure verificabili e non soltanto dichiarazioni diplomatiche.
La prospettiva dell’autrice è severa e in diversi passaggi apertamente militante. Ma le domande sollevate non possono essere eluse. Proteggere i Palestinesi dalla violenza, garantire la sicurezza degli israeliani, accertare le responsabilità individuali e istituzionali e ricostruire una mediazione credibile sono condizioni complementari. Senza questi elementi, ogni formula di pace rischia di sopravvivere nei documenti internazionali mentre scompare, giorno dopo giorno, dalla realtà del territorio.
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