Oro in calo tra dollaro forte e rendimenti Treasury in rialzo

La notizia in sintesi
- L’oro perde terreno tra inflazione americana, rendimenti in rialzo e dollaro forte.
- Lo spot è sceso a 4.430 dollari l’oncia l’11 settembre.
- L’analisi tecnica individua un possibile obiettivo a 3.950 dollari.
- ETF e banche centrali mantengono però elevata la domanda fisica.
Riassunto generato con AI AGENTICA di Datamoney.ch
Oro in calo tra inflazione e tassi
L’oro ha avviato una fase di arretramento sui mercati internazionali: l’11 settembre le quotazioni spot sono scese dello 0,96% a 4.430 dollari l’oncia, secondo ANSA. Il contratto di dicembre al Comex era scambiato a 4.377 dollari, in calo dello 0,67%. Il movimento coinvolge investitori, ETF e banche centrali esposti al metallo prezioso, mentre l’attenzione si concentra negli Stati Uniti sui dati dell’inflazione di agosto e sulle attese per la prossima riunione della Federal Reserve.
La ragione immediata indicata dalle analisi è il rafforzamento delle pressioni inflazionistiche, che ha spinto in alto i rendimenti dei Treasury e il dollaro, riducendo l’attrattiva dell’asset privo di cedola.
Il segnale tecnico e i fattori macroeconomici
Nel commento di mercato firmato da Jakub Dziadkowiec, il prezzo vicino a 4.347 dollari viene collocato sulla neckline di una figura testa e spalle giornaliera, non ancora confermata. Una rottura sotto l’area di 4.335 dollari porterebbe, secondo quella lettura tecnica, verso 3.950 dollari, al ritracciamento di Fibonacci a 3.942 dollari e alle basi di giugno e luglio. Un ritorno sopra 4.560 dollari invaliderebbe invece la configurazione, segnalando quanto il traguardo sotto 4.000 dollari resti un’ipotesi condizionata all’evoluzione dei prezzi e non una previsione certa.
La pressione macro deriva dal dato sui prezzi alla produzione, salito del 5,4% annuo contro il 5,3% atteso, e dal rendimento del decennale USA al 4,95%, massimo da ottobre 2023. I mercati attribuivano inoltre il 67,1% di probabilità a un rialzo dei tassi della Federal Reserve, mentre il Brent superava 105 dollari dopo l’escalation con l’Iran. Restano gli afflussi di 18 miliardi di dollari negli ETF aurei in agosto, con riserve record di 4.189 tonnellate, e i 288,9 tonnellate acquistati dalle banche centrali nel secondo trimestre.
Il CPI sarà il prossimo banco di prova
Il prossimo snodo sarà l’indice dei prezzi al consumo di agosto negli Stati Uniti, atteso dagli economisti allo 0,4% mensile e al 3,4% annuo. Un dato più forte potrebbe prolungare la pressione esercitata da rendimenti e dollaro, mentre una tenuta della neckline indebolirebbe lo scenario tecnico ribassista. La contrapposizione fra flussi finanziari e acquisti fisici istituzionali rende il CPI decisivo per capire se il calo si estenderà oltre la terza settimana consecutiva negativa, finora vicina al 2%.
FAQ
Quanto valeva l’oro spot l’11 settembre?
L’11 settembre lo spot era a 4.430 dollari l’oncia, in diminuzione dello 0,96%, secondo i dati diffusi da ANSA.
Quale livello tecnico indica ulteriore debolezza?
Una rottura della neckline a 4.335 dollari indicherebbe un possibile obiettivo a 3.950 dollari, ma il pattern resta non confermato.
Quanto hanno raccolto gli ETF sull’oro?
Gli ETF aurei hanno registrato afflussi per 18 miliardi di dollari in agosto, portando le riserve al record di 4.189 tonnellate.
Perché rendimenti e dollaro pesano sull’oro?
Rendimenti nominali più alti aumentano il costo opportunità dell’oro, mentre un dollaro forte ne riduce l’appeal come bene rifugio.
Quali fonti sono state utilizzate?
L’articolo nasce da un confronto accurato fra fonti stampa ufficiali, incluse ANSA.it, Adnkronos.it, Asca.it e Agi.it, e fonti qualificate, rielaborate dalla Redazione con intervento e supervisione umana.
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