Social e dipendenza dei minori, la sfida passa dagli algoritmi: in Italia la class action contro Meta e TikTok
Modificare gli algoritmi delle piattaforme per ridurre i rischi legati alla dipendenza dai social network. È questa, secondo lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia e diversi esperti, una delle strade necessarie per affrontare un fenomeno sempre più considerato un problema di salute pubblica.

La stessa linea è sostenuta dai promotori della class action contro Meta e TikTok, attualmente al vaglio del tribunale civile di Milano. L’obiettivo, spiegano, non è ottenere maxi-risarcimenti, ma intervenire direttamente sul funzionamento delle piattaforme. «Al giudice non chiediamo miliardi di risarcimento, come negli Usa, bensì modifiche strutturali all’algoritmo per risolvere un problema di salute pubblica», afferma Antonio Affinita, direttore generale del Moige, interpellato da ilFattoQuotidiano.it.
Una richiesta che tocca uno dei punti più sensibili per i colossi del settore. Intervenire sugli algoritmi significa infatti modificare i meccanismi che determinano la permanenza degli utenti sulle piattaforme, con possibili conseguenze anche sul valore economico delle società.
Il fondatore di Napster e primo presidente Fb aveva allertato sui rischi
I timori sugli effetti dei social sui più giovani non sono nuovi. Nel 2017 Sean Parker, primo presidente di Facebook e fondatore di Napster, aveva lanciato un allarme durante un evento organizzato dalla testata statunitense Axios: «Solo Dio sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli».
Parker aveva spiegato anche il meccanismo alla base delle piattaforme: «Come consumiamo più tempo possibile e più coscienza possibile? E questo significa che dobbiamo darti piccole dosi di dopamina ogni tot».
A distanza di anni, le accuse nei confronti di Meta sono tornate al centro del dibattito negli Stati Uniti. Secondo alcuni soci di minoranza della società, il management sarebbe stato consapevole da circa dieci anni dei possibili danni sulla salute dei minori. Una convinzione che gli azionisti collegano a documenti interni di Facebook e Instagram emersi durante i procedimenti giudiziari in New Mexico e California.
Le carte processuali e le testimonianze hanno alimentato una domanda destinata a pesare sul futuro delle piattaforme: i social sono progettati intenzionalmente per favorire comportamenti di tipo compulsivo e dipendenza?
Meta ha sempre respinto questa ricostruzione, sostenendo di mettere la sicurezza degli utenti davanti all’obiettivo economico di aumentarne il tempo di permanenza.
Tra i documenti emersi nel corso dei procedimenti ci sono anche alcune email del 2020 attribuite a ricercatori di Instagram. In una di queste si legge: «Oh mio Dio, ragazzi, Instagram è una droga (…) Siamo praticamente degli spacciatori (…) Stiamo causando un Disturbo da Deficit di Ricompensa perché le persone ne fanno un uso eccessivo, al punto da non provare più alcun senso di gratificazione… la loro tolleranza alla ricompensa è altissima».
La class action italiana: niente maxi-risarcimento, ma interventi strutturali
La causa avviata a Milano contro Meta e TikTok punta su tre fronti: il divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni, la modifica degli algoritmi e una campagna di informazione sui possibili rischi legati all’utilizzo delle piattaforme.
Si tratta di richieste che non rientrano nell’accordo raggiunto da Meta negli Stati Uniti. L’intesa potrebbe portare nelle casse degli Stati americani fino a 18 miliardi di dollari, mentre il colosso guidato da Mark Zuckerberg avrebbe rischiato un esborso potenzialmente molto più elevato, fino a 200 miliardi di dollari. Una cifra paragonabile, per ordine di grandezza, ai 209 miliardi di dollari pagati dalle aziende del tabacco nell’ambito dell’accordo del 1998.
In Italia, invece, la strategia è diversa: l’obiettivo della class action non è principalmente economico, ma punta a ottenere modifiche concrete al funzionamento delle piattaforme e maggiori garanzie per i minori.
L’udienza conclusiva della class action milanese è prevista per il 19 novembre
Intanto, il 26 agosto il tribunale di Roma ha respinto il ricorso presentato da Codacons e Adusbef contro Meta, che chiedeva alla società di introdurre sistemi di verifica dell’età per tutelare i minori. Alla base della decisione c’è una questione di competenza territoriale: secondo i giudici romani, la controversia dovrebbe essere trattata a Dublino, dove ha sede la filiale europea di Meta.
L’avvocato Bertone, tuttavia, guarda con fiducia al procedimento milanese. «Quella causa si muoveva sul terreno dei consumatori, la nostra è a tutela dei diritti fondamentali dell’individuo, alla vita e all’integrità fisica, di stretta pertinenza dei giudici nazionali», sostiene.
E aggiunge: «E poi nel Belpaese lavorano 100 dipendenti di Facebook Italia. A Dublino ci sono i vantaggi fiscali, ma è il ramo italiano a controllare le operazioni locali».
Bruxelles chiede a Meta misure permanenti per proteggere i minori
Sul tema è intervenuta anche la Commissione europea, che ha avviato un confronto con Meta dopo l’accordo raggiunto dalla società negli Stati Uniti sugli effetti potenzialmente dannosi dei suoi prodotti sugli adolescenti.
Bruxelles si aspetta che il gruppo presenti per il mercato europeo impegni capaci di garantire ai minori un livello di protezione almeno equivalente a quello previsto negli Stati Uniti.
La Commissione ha ricordato di avere già contestato in via preliminare a Facebook e Instagram una possibile violazione del Digital Services Act, proprio in relazione a caratteristiche dei servizi che potrebbero favorire comportamenti di tipo dipendente.
«Il pallone è nel campo di Meta», ha affermato un portavoce durante il briefing quotidiano a Bruxelles, sottolineando che ora spetta alla società proporre gli interventi necessari per adeguarsi alla normativa europea.
Tra le misure richieste figurano strumenti più efficaci per la gestione del tempo trascorso davanti allo schermo e sistemi di controllo parentale adeguati.
Ma c’è una differenza sostanziale rispetto all’intesa americana: eventuali impegni assunti da Meta nell’Unione europea non potranno avere una durata limitata. Dovranno essere permanenti. «Se si propongono impegni in Europa, valgono per tutto il futuro. Non sono per uno o due anni», ha precisato il portavoce.
L’obiettivo della Commissione, ha chiarito Bruxelles, non è necessariamente arrivare alla sanzione più elevata possibile, ma garantire una protezione effettiva dei minori online.
L’accordo raggiunto negli Stati Uniti, infine, conferma secondo la Commissione che sulle piattaforme digitali esiste una preoccupazione condivisa tra le due sponde dell’Atlantico: quella per la sicurezza e la salute dei bambini e degli adolescenti.
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