La Banca centrale olandese sposta 86 tonnellate d’oro da Nord America a Londra. All’Italia conviene spostare le riserve?

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La Nederlandsche Bank (Dnb), banca centrale dei Paesi Bassi, ha annunciato di aver ridistribuito una parte consistente delle proprie riserve auree, citando le “crescenti tensioni geopolitiche” come motivazione principale della scelta. Tra marzo e agosto, l’istituto ha trasferito 86 tonnellate di oro — su un totale di 313 custodite tra Stati Uniti e Canada — verso i caveau della Bank of England, a Londra.

Una mossa per garantire liquidità e sicurezza

Secondo quanto dichiarato dalla banca, l’operazione risponde a un duplice obiettivo: rendere le riserve più facilmente liquidabili e negoziabili, e rafforzare la resilienza dell’istituto in caso di crisi. In termini pratici, questo significa poter convertire rapidamente l’oro in liquidità o utilizzarlo come garanzia finanziaria, oltre a facilitarne lo scambio sui mercati internazionali.

La Dnb parla di una “distribuzione più equilibrata” delle riserve, un approccio che richiama la logica della diversificazione applicata ai portafogli di investimento: distribuire l’oro su più sedi permette di limitare i rischi legati a eventuali criticità locali, di natura politica, logistica o di mercato.

Londra, principale hub mondiale per l’oro fisico

La scelta è ricaduta sulla capitale britannica non a caso: Londra è considerata dalla banca olandese “il principale hub mondiale” per il commercio e la custodia dell’oro fisico, grazie a infrastrutture di mercato che ne garantiscono una gestione rapida e flessibile. In un contesto internazionale segnato da instabilità crescente, avere riserve disponibili in una piazza finanziaria di riferimento per il trading dell’oro può rivelarsi decisivo per eventuali interventi di emergenza sui mercati.

Ma la situazione italiana qual è?

La Banca d’Italia conserva negli Stati Uniti 1.061,5 tonnellate d’oro, pari al 43,29% dell’intera riserva nazionale: poco meno delle 1.100 tonnellate custodite in Italia e molto più delle 149,3 depositate in Svizzera e delle 141,2 nel Regno Unito. In tutto fanno 2.452 tonnellate. Sulla base delle riserve ufficialmente dichiarate, è la terza riserva aurea nazionale del mondo, dopo Stati Uniti e Germania. È però una classifica da leggere con una cautela: la Cina dichiarava a fine luglio 2.366 tonnellate, ma gli acquisti non dichiarati del settore pubblico restano una componente importante del mercato e alcuni analisti ritengono che le disponibilità cinesi effettive possano essere superiori a quelle ufficiali.

Nessuna norma impone alla Banca d’Italia di conservare il 43,29% delle riserve auree sul territorio statunitense. Si tratta di una scelta che non spetta comunque all’esecutivo: la gestione delle riserve ufficiali è affidata a Via Nazionale in totale autonomia, all’interno del quadro normativo dell’Eurosistema e delle linee guida della Bce, funzionali a tutelare l’unicità della politica monetaria. La legge attribuisce inoltre alla Banca d’Italia la possibilità di negoziare oro sui mercati esteri, entro i confini fissati dalla normativa comunitaria.

Questo equilibrio non è stato scalfito nemmeno dalla disposizione contenuta nella legge di Bilancio 2026, che sancisce come le riserve auree «appartengano al Popolo italiano». Lo ha precisato lo scorso marzo il governatore Fabio Panetta, spiegando che la norma non incide né sul modo in cui l’oro figura nei conti della Banca, né sugli obiettivi e le funzioni legate alla sua custodia.

Il punto, quindi, non è se l’Italia abbia la possibilità di ridisegnare la collocazione geografica del proprio oro — questa facoltà esiste già — ma se sia opportuno farlo. La banca centrale dei Paesi Bassi non ha messo in dubbio la sicurezza degli Stati Uniti, né ha parlato di rischio confisca o tirato in ballo Donald Trump. Ha fatto però un passo probabilmente più rilevante: ha ammesso senza remore che le considerazioni geopolitiche possono legittimamente pesare nella scelta di dove custodire l’oro nazionale.

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