Welfare e previdenza nel mondo dello spettacolo: la “discontinuità” entra nelle regole, ma resta il nodo dei redditi bassi

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Dai dati INPS 2019-2024 alle nuove tutele (IDIS e NASpI): cosa cambia per chi lavora tra set, palchi e tournée

Nel lavoro dello spettacolo la regola è l’eccezione: contratti brevi, pause forzate tra una produzione e l’altra, contributi “a giornate” e carriere che faticano a somigliare a una linea continua. È su questo terreno che la CGIL (SLC) ha impostato nelle ultime settimane il suo affondo su welfare e previdenza: mettere ordine nei numeri, chiarire le regole dei principali strumenti di tutela e, soprattutto, rendere leggibile un sistema che spesso lascia lavoratrici e lavoratori in un limbo tra occupazione e inattività.

Il punto di partenza sono i dati. L’Osservatorio INPS sul Fondo Pensione Lavoratori dello Spettacolo (FPLS) fotografa per il 2024 342.212 lavoratori con almeno una giornata retribuita nell’anno, una retribuzione media annua di 11.577 euro e 96 giornate medie retribuite. Numeri che spiegano meglio di qualsiasi slogan perché, nel settore, la continuità contributiva sia un obiettivo difficile: a pesare è anche la flessione del numero di occupati rispetto al 2023 (-7%).

Dentro questo scenario si colloca il focus presentato dalla CGIL (a cura di Ezio Cigna) sull’andamento dal 2019 al 2024: l’idea, più che raccontare una ripresa o una crisi in astratto, è mostrare come retribuzioni e giornate lavorate siano spesso insufficienti a costruire “diritti pieni” (pensione, ammortizzatori, coperture) con le regole pensate per carriere standard. La sintesi operativa della CGIL è netta: senza una lettura personalizzata della posizione contributiva, il rischio è scoprire tardi buchi e disallineamenti.

Il baricentro resta il FPLS

Sul fronte previdenziale, il baricentro resta il FPLS, che ha regole e particolarità proprie. L’INPS ricostruisce i requisiti e, soprattutto, le differenze tra gruppi professionali (ad esempio ballo, cantanti/orchestrali, attori/conduttori e altre qualifiche), con requisiti che possono includere soglie anagrafiche specifiche e vincoli contributivi legati alle “giornate” e alle prestazioni effettive nel settore. È un passaggio cruciale perché nel mondo dello spettacolo “aver lavorato” non coincide sempre con “aver maturato” quanto serve, e la carriera può essere fatta di periodi intensi alternati a vuoti contributivi.

Capitolo ammortizzatori

Qui la partita si gioca tra NASpI (disoccupazione “classica” per il lavoro dipendente) e Indennità di discontinuità (IDIS), pensata proprio per la struttura intermittente del settore. L’IDIS nasce con il decreto legislativo 175/2023 e diventa strutturale dal 2024: si richiede su domanda e viene erogata in un’unica soluzione, calcolata – in estrema sintesi – su una quota delle giornate accreditate l’anno precedente.

Dal 2025 in poi, però, le regole si sono mosse. L’INPS ha chiarito che la Legge di Bilancio 2025 ha modificato requisiti e modalità, innalzando il limite reddituale e rimodulando le giornate necessarie, con istruzioni operative formalizzate dall’Istituto.

La Legge di Bilancio 2026

Nelle settimane scorse è arrivato un ulteriore aggiornamento: per le domande 2026 (competenza 2025) l’INPS segnala novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2026, tra cui il limite IRPEF portato a 35.000 euro e condizioni agevolate per gli attori del cinema/audiovisivo sul requisito contributivo.

E la NASpI? La CGIL la rimette al centro perché resta fondamentale per chi, nello spettacolo, lavora come dipendente e perde involontariamente l’occupazione: ma il 2025 è stato anche un anno di aggiornamenti e chiarimenti normativi sulle condizioni di accesso, che l’INPS ha dettagliato in circolari di inizio anno.

Morale: tra requisiti contributivi, eventi che fanno scattare (o saltare) il diritto e cumuli con altre prestazioni, la “discontinuità” non è solo una condizione lavorativa, è anche un problema di interpretazione corretta delle regole.

La percezione dei lavoratori

Infine, c’è il livello che spesso manca nelle statistiche: la percezione dei lavoratori. L’indagine “Scena & Schermo” citata dalla CGIL promette proprio questo: far emergere preoccupazioni e prospettive di chi lavora nel live e nel cine-audiovisivo, mentre l’analisi completa è ancora in elaborazione. È un tassello importante, perché la sostenibilità del settore non passa solo da requisiti e moduli, ma dalla possibilità concreta di costruire redditi e continuità contributiva in un mercato dove l’incertezza è strutturale.

In controluce, il messaggio è chiaro: negli ultimi due anni lo Stato ha iniziato a riconoscere la specificità dello spettacolo con strumenti dedicati come l’IDIS, ma la tematica resta doppia. Da un lato, rendere davvero accessibili le tutele a chi ha carriere frammentate e redditi medi bassi; dall’altro, evitare che la complessità burocratica trasformi il welfare in un percorso a ostacoli. E qui, più che le norme, fanno la differenza informazione, assistenza e trasparenza sui dati.