Data center sotto il mare: la Cina accelera sull’AI, ma i social esagerano i primati

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Il progetto di Shanghai combina raffreddamento marino ed energia eolica offshore. Non è però il primo centro dati sottomarino operativo al mondo

La Cina ha avviato al largo di Shanghai un data center sottomarino destinato anche alle applicazioni di intelligenza artificiale. Il progetto rappresenta un’innovazione importante nell’integrazione fra infrastrutture digitali, ingegneria marina ed energia rinnovabile. La versione diventata virale sui social media contiene tuttavia alcune imprecisioni: amplifica il primato mondiale, confonde probabilmente i dati dell’impianto di Shanghai con quelli di un precedente progetto realizzato ad Hainan e presenta come già dimostrati alcuni risultati che derivano soprattutto dalle stime dei costruttori.

(immagine creata da AI)

Lo Shanghai Lingang Undersea Data Center si trova a circa dieci chilometri dalla costa, nella zona speciale di Lin-gang. La struttura è stata realizzata con la partecipazione di HiCloud Technology e di una società controllata dalla statale China Communications Construction. Dopo il completamento annunciato nell’ottobre 2025, il progetto è entrato nella fase operativa nel maggio 2026.

L’investimento dichiarato ammonta a 1,6 miliardi di yuan, equivalenti a circa 226-236 milioni di dollari secondo il cambio utilizzato dalle diverse fonti. La capacità programmata è di 24 megawatt. I moduli ospitano server dotati anche di GPU e destinati all’elaborazione di grandi quantità di dati, all’addestramento e allo sviluppo di modelli linguistici e ad altre attività ad alta intensità di calcolo. Fra gli operatori collegati all’infrastruttura figurano China Telecom e fornitori locali di capacità computazionale. Questi elementi sono confermati dalle comunicazioni dell’amministrazione di Lin-gang.

Il primato riguarda l’integrazione con l’eolico

Non è corretto definire la struttura di Shanghai come il primo data center sottomarino operativo al mondo. Microsoft aveva già sperimentato questa soluzione con il Project Natick, collocando nel 2018 un modulo con server sul fondale marino al largo delle isole Orcadi, in Scozia. Il contenitore fu recuperato nel 2020 dopo due anni di funzionamento.

La stessa Cina aveva inoltre avviato nel 2023, al largo dell’isola di Hainan, quello che viene considerato il primo data center sottomarino commerciale. Secondo l’istituto tedesco MERICS, ciascuna cabina del progetto di Hainan si trova a circa 35 metri di profondità e può contenere fino a 500 server.

Il vero primato rivendicato per Shanghai è quindi più circoscritto: si tratterebbe del primo data center sottomarino commerciale collegato direttamente a un impianto eolico offshore. Anche la stampa internazionale più autorevole, fra cui The Guardian e Wired, presenta il progetto in questi termini.

Profondità e numero dei server: le fonti non coincidono

Sulla profondità esiste un’evidente discordanza. Guardian e Wired parlano di moduli sommersi a dieci metri sotto la superficie, mentre alcune fonti tecnologiche riportano 35 metri. Quest’ultima misura coincide con quella documentata per il precedente impianto di Hainan e potrebbe essere stata trasferita erroneamente al progetto di Shanghai nella successiva circolazione della notizia.

Non trova riscontro sufficientemente autorevole neppure l’affermazione secondo cui i server sarebbero racchiusi in “acciaio di grado militare, uguale a quello dei sottomarini”. Le fonti descrivono involucri sigillati e resistenti alla pressione e alla corrosione, concettualmente simili allo scafo di un sommergibile, ma non certificano l’impiego dello stesso acciaio utilizzato nella costruzione di unità militari.

Il raffreddamento riduce i consumi, ma non del 90%

L’aspetto tecnologicamente più interessante è il sistema di raffreddamento. Il calore prodotto dai server viene trasferito all’acqua marina attraverso un circuito di scambio termico, riducendo il ricorso a refrigeratori industriali e impianti di climatizzazione.

Il vantaggio è rilevante, ma la riduzione del 90% dell’energia destinata al raffreddamento dichiarata da alcuni social non è confermata. Secondo China Daily, in un centro tradizionale il raffreddamento può assorbire circa un terzo dell’elettricità complessiva, mentre in un impianto sottomarino potrebbe scendere a circa un decimo. È una riduzione consistente, ma diversa da un taglio del 90%.

Il dato ufficiale più prudente riguarda i consumi complessivi: il governo municipale di Shanghai stima per il progetto una diminuzione dell’elettricità utilizzata del 22,8% rispetto a un centro dati terrestre equivalente. Il PUE, l’indicatore che misura l’efficienza energetica dell’infrastruttura, dovrebbe stabilizzarsi intorno a 1,15, un valore competitivo ma ancora basato sulle prestazioni comunicate dagli sviluppatori.

Il modello permette inoltre di azzerare, secondo le stime progettuali, l’impiego di acqua dolce per il raffreddamento e di ridurre di oltre il 90% il consumo di suolo. In questo caso, il “90%” riguarda soprattutto lo spazio terrestre risparmiato, non necessariamente l’energia assorbita dall’impianto frigorifero.

Oltre il 95% di elettricità verde, non il 100%

Anche l’affermazione secondo cui il data center sarebbe alimentato completamente dall’eolico necessita di una correzione. Le comunicazioni istituzionali indicano che oltre il 95% dell’elettricità dovrebbe provenire da fonti verdi, grazie al collegamento diretto con il vicino parco eolico offshore. Non si tratta quindi, almeno sulla base dei dati pubblicati, di un’alimentazione rinnovabile certificata al 100% in ogni momento.

La differenza non è marginale. La produzione eolica è variabile e un’infrastruttura digitale deve funzionare in continuità. Sono perciò necessari sistemi di accumulo, collegamenti alla rete o altre forme di alimentazione e riserva. Per valutare l’effettiva impronta climatica occorrerebbe conoscere anche l’origine dell’energia utilizzata quando il vento non è sufficiente, oltre alle emissioni incorporate nella costruzione dei moduli, nei cavi e nelle opere marine.

I vantaggi non cancellano i rischi

Collocare i server sott’acqua può ridurre il consumo di suolo e di acqua dolce, ma rende più complessa la manutenzione. Corrosione salina, tenuta dei moduli, affidabilità dei cavi sottomarini e sostituzione dei componenti guasti sono problemi più difficili da affrontare rispetto a un edificio tradizionale.

Rimangono poi da approfondire gli effetti sugli ecosistemi. Il calore viene ceduto al mare e può determinare aumenti localizzati della temperatura; installazione e manutenzione possono inoltre disturbare fondali e sedimenti. Gli esperti interpellati dal Guardian considerano questi rischi potenzialmente gestibili, ma sottolineano la necessità di un monitoraggio continuativo.

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Paolo Brambilla, Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è direttore responsabile de "La Mia Finanza" e di "Trendiest Media Agenzia di stampa". Laureato a pieni voti in Economia e Commercio alla Bocconi (qualche decennio fa) con un breve Master a Harvard e un corso di copywriting a Berkeley, è membro attivo di numerosi club, fra i quali il "Rotary Club Milano Porta Vercellina" e il "Cambridge University Yacht Club". Rappresenta l'Italia a Bruxelles nell'associazione "Better Finance" a tutela di investitori e risparmiatori.
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