Israele e l’archeologia della sovranità: sapere, potere e responsabilità della ricerca
Alessandra Filippi condivide oggi sul web l’indagine “Israele e l’archeologia della sovranità”, alla quale ha dedicato parte del lavoro di quest’estate.
L’indagine è uscita su Controversie, testata online di scienza e tecnologia con la quale lei collabora da oltre un anno e mezzo: uno spazio nel quale interrogare anche il rapporto fra sapere, potere e responsabilità della ricerca.
L’uscita coincide col giorno in cui ricordiamo l’inizio del massacro dei palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila, alle porte di Beirut, perpetrato dalle milizie falangiste libanesi con il supporto dell’esercito israeliano, tra il 16 e il 18 settembre 1982. Una coincidenza che dà a questo lavoro un significato ulteriore e ci interroga sul rapporto fra memoria e cancellazione, su ciò che ricordiamo dei palestinesi e su quanto poco guardiamo ai meccanismi attraverso i quali vengono privati della loro terra, della loro storia, del diritto di appartenere ai luoghi che abitano.
Chi decide quale passato portare alla luce? Quali memorie vengono custodite e quali cancellate?
E come può una disciplina scientifica diventare uno strumento per rivendicare il possesso della terra e annettersela?

Come il controllo del patrimonio culturale può diventare uno strumento di annessione
Mentre numerose iniziative culturali invocano la pace a Gaza, il conflitto e l’occupazione proseguono, così come il processo di annessione della Cisgiordania attraverso operazioni militari, insediamenti, demolizioni e strumenti amministrativi legati al patrimonio storico.
L’11 maggio 2026 la Knesset ha approvato in prima lettura la proposta di istituire la Judea and Samaria Heritage Authority. Posta sotto il ministero israeliano del Patrimonio, la nuova autorità potrebbe gestire scavi e siti archeologici non soltanto nell’Area C, ma nell’intera Cisgiordania e persino a Gaza. Secondo Peace Now, archeologi e consulenti giuridici israeliani, il trasferimento di competenze dall’amministrazione militare a un organismo civile rappresenterebbe un ulteriore passo verso un’annessione di fatto.
Il provvedimento consentirebbe inoltre di requisire terreni palestinesi per tutelare siti archeologici, bloccare l’espansione dei villaggi e modificare l’utilizzo del territorio. L’archeologia diventerebbe così uno strumento politico: selezionando le epoche da valorizzare e privilegiando la memoria biblico-ebraica, contribuirebbe a legittimare insediamenti e controllo territoriale.
Studiosi come Raphael Greenberg, Nadia Abu El-Haj e Raz Kletter hanno analizzato il rapporto fra ricerca archeologica, costruzione dell’identità nazionale e selezione politica della memoria. Le loro ricerche mostrano come alcuni periodi – in particolare quelli riconducibili alle vicende ebraiche narrate nella Bibbia – vengano privilegiati, mentre le stratificazioni bizantine, islamiche, ottomane e palestinesi vengono relegate ai margini del racconto pubblico e godono di scarse tutele.
Nello stesso quadro si inseriscono le indiscrezioni su un piano israelo-statunitense per ridimensionare il ruolo giordano nella custodia di Al-Aqsa, non confermato ufficialmente. Archeologia e religione agirebbero quindi sulla medesima leva: il controllo della memoria e dei luoghi simbolici.
La proposta è stata fermata il 2 giugno, ma non ritirata. Dopo le elezioni israeliane potrebbe essere ripresa. La questione riguarda dunque non soltanto la conservazione dei reperti, ma il potere di trasformare il passato in uno strumento di sovranità e annessione.
L’indagine completa, con le fonti, a questo link: https://www.controversie.blog/israele-archeologia-sovranita/
Foto tratta da Storia di Israele nell’antichità di Bernd Ulrich Schipper
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