Che cosa sta facendo Tether per essere sempre “up-to-date”, anche in Italia

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Tether, la società dietro USD₮, la stablecoin dominante nel settore crypto, sta trasformandosi rapidamente da semplice emittente di moneta digitale a un gruppo globale con molteplici ambizioni economiche e tecnologiche. In un recente approfondimento, il Financial Times ha espresso queste valutazioni che condividiamo.

Da “plumbing” finanziario a conglomerato globale.

La società gestisce circa 185 miliardi di USD₮ in circolazione come principale ponte tra dollari tradizionali e criptovalute. Sta usando i profitti per diversificare investimenti in settori molto variegati: agricoltura in Sud America, tecnologia, energia, IA, software e perfino sport (quota in Juventus). L’obiettivo, per la dirigenza guidata da Paolo Ardoino, è costruire un “Freedom Tech Stack”, un ecosistema di tecnologie decentralizzate in aree come finanza, comunicazione, energia e intelligenza artificiale.

Espansione del personale e della presenza globale

Tether ha già circa 300 dipendenti e prevede di assumerne altri 150 entro 18 mesi in ruoli tecnici, regolamentari e di ricerca in paesi come Italia, Emirati Arabi Uniti, Ghana e Brasile.

Strategia di espansione internazionale

Adozione globale della stablecoin

La base utenti di USD₮ è stimata in circa 500 milioni di persone in tutto il mondo. In molte economie con valute locali instabili (es. Argentina, Venezuela), USD₮ è usato come riserva di valore e mezzo di pagamento informale.

Interessi negli asset reali e mercati tradizionali

Oltre alle idee visionarie a lungo termine, Tether sta anche muovendosi verso acquisti di asset reali come oro, ad esempio aggiungendo tonnellate di oro alle riserve per sostenere la stabilità del peg di USD₮. Estensione in finanziamenti commerciali reali e materie prime, con miliardi in pronto impiego nel settore agricolo e delle commodity. Acquisto diretto di debito governativo (Treasuries USA) e altri strumenti a rendimento, generando profitti che finanziano la crescita strategica.

Punti controversi

Trasparenza e riserve

Nonostante Tether pubblichi attestazioni trimestrali delle riserve tramite BDO Italia, manca tuttora un audit completo indipendente. Questo alimenta dubbi di analisti, agenzie di rating e regolatori.

Relazioni politiche

Il gruppo ha costruito legami con ambienti politici influenti, inclusi membri dell’amministrazione Trump e la leadership di El Salvador, cosa che alcuni osservatori vedono come un mix di strategia di mercato e posizionamento ideologico.

Competizione e regolamentazione

Mentre stablecoin come Circle USD₮ affrontano nuove normative (es. regolamenti negli USA o in Europa), Tether deve bilanciare crescita e conformità per mantenere l’accesso ai sistemi finanziari tradizionali. Anche la recente operazione di congelamento di un’ingente somma sul mercato turco non è un evento isolato, ma rappresenta una conferma della capacità discrezionale di Tether di intervenire sui fondi detenuti on-chain.

Stablecoins, da “strumento crypto” a infrastruttura monetaria: cosa scrive in generale la stampa internazionale

Per anni le stablecoin sono rimaste “la parte noiosa” della cripto-economia: utili per spostare liquidità tra exchange, poco sexy rispetto a Bitcoin o ai token speculativi. Nel racconto della stampa internazionale 2024-2025 (e nei primi segnali del 2026) il frame sta cambiando: non più accessorio del trading, ma possibile binario di pagamento e “cash tokenizzato” che ambisce a entrare stabilmente nella finanza reale. Un cambio di posizionamento che mette insieme tre forze: la regolazione (che dà legittimità e paletti), l’adozione industriale (pagamenti cross-border, settlement 24/7) e la geopolitica (dollaro contrbo euro, sovranità monetaria, controlli dei capitali).

Un punto chiave che ritorna spesso nei commenti anglosassoni è l’idea delle stablecoin come “killer app” della blockchain perché promettono efficienza dove i circuiti tradizionali sono lenti e costosi, soprattutto sui flussi internazionali. Analisi di taglio macro (IMF) sottolineano la crescita dei volumi e il fatto che l’uso stia evolvendo oltre la pura speculazione, agganciandosi a pagamenti e trasferimenti, con una distribuzione geografica dell’attività che non coincide più solo con Nord America ed Europa.

Ma la stampa finanziaria mette anche in luce il lato “hard power” di questa trasformazione. Reuters, riprendendo timori di grandi investitori europei, racconta il rischio che un quadro normativo USA favorevole alle stablecoin in dollari acceleri una dollorizzazione “tecnologica”: accesso a dollari digitali anche senza conto bancario statunitense, con effetti potenziali su sovranità monetaria, flussi di capitale e stabilità dei sistemi locali. È un argomento che ricorre nei commenti: se la stablecoin diventa un mezzo di pagamento globale, la valuta di riferimento diventa (ancora di più) la partita geopolitica.

Europa. Il dibattito intorno a MiCA

Sul fronte europeo, il nuovo posizionamento passa per un altro messaggio ricorrente nella narrativa internazionale: regole prima dell’adozione di massa. Il dibattito intorno a MiCA viene descritto come uno spartiacque perché, rendendo “compliance-ready” una parte del mercato, spinge le stablecoin (specie quelle denominate in euro) a cercare una collocazione più istituzionale. L’ECB, in un intervento dal taglio volutamente critico, invita a leggere l’evoluzione con realismo: crescita potenziale, sì, ma anche rischi e nodi di governance che per l’Europa toccano direttamente stabilità finanziaria e autonomia strategica.

E gli USA?

Negli Stati Uniti, invece, i commenti si concentrano su un paradosso: regolamentare per “normalizzare”, ma senza trasformare le stablecoin in banche ombra. Reuters racconta lo stallo politico e la frizione specifica tra banche e industria crypto su un tema che sembra tecnico ma è identitario: l’eventuale divieto (o limitazione) di interessi e reward sulle stablecoin. Per gli istituti, pagare rendimenti su strumenti che assomigliano a depositi può spostare massa critica fuori dal perimetro bancario; per le crypto company è leva commerciale e meccanismo di adozione. La stampa legge qui la vera posta in gioco: che cosa sono le stablecoin, moneta di pagamento o surrogato del deposito?

La “credibilità” degli emittenti

C’è poi il capitolo “credibilità” degli emittenti, che i giornali finanziari non mollano mai. Il Financial Times, raccontando la traiettoria di Tether (profittabilità, ambizioni, ma anche richieste di trasparenza e rischio regolatorio), usa spesso USD₮ come cartina tornasole del nuovo posizionamento: se le stablecoin vogliono essere infrastruttura, devono convincere mercato e autorità su riserve, audit e gestione del rischio, non solo sulla liquidità. In altre parole, l’adozione istituzionale non si compra con la capitalizzazione: si conquista con governance e supervisione percepita come robusta.

Sovranità e controllo

Infine, la stampa internazionale sta allargando lo sguardo oltre Occidente: non è solo una storia di “mainstreaming”, ma anche di sovranità e controllo. Reuters segnala come la Cina, pur mantenendo una linea dura sulle criptovalute, stia stringendo il perimetro su emissioni offshore di stablecoin legate allo yuan e, contemporaneamente, osservi con attenzione la tokenizzazione di asset reali. Il messaggio che emerge è netto: le stablecoin diventano abbastanza “strategiche” da meritare una disciplina che somiglia più a politica industriale e monetaria che a semplice regolazione finanziaria.

Il quadro che ne esce, nei commenti più solidi, è meno binario di quanto sembri: le stablecoin non sono automaticamente “il futuro dei pagamenti”, ma stanno chiaramente cercando di spostarsi lì. E la stampa internazionale le racconta come un campo di battaglia dove si incrociano efficienza tecnologica, regolazione, interessi bancari e geopolitica valutaria. La domanda, oggi, non è più se esistono: è chi le governa, con quali garanzie e con quale valuta al centro.