Debito federale USA verso nuovi record: oltre il 100% del PIL. Si parla di arrivare al 120% nel 2036

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Le proiezioni del Congressional Budget Office riaccendono il dibattito. La stampa americana parla di “soglia psicologica” e rischio per la crescita di lungo periodo

Il debito pubblico federale degli Stati Uniti si avvicina a un traguardo storico che fino a pochi anni fa sembrava lontano: secondo le ultime proiezioni del Congressional Budget Office (CBO), il debito detenuto dal pubblico ha raggiunto i 31.000 miliardi di dollari, pari a circa il 100% del PIL. Ma il punto critico, secondo gli analisti, non è tanto la fotografia attuale quanto la traiettoria futura.

Le stime indicano che entro il 2030 il rapporto debito/PIL supererà il precedente record del 106% registrato dopo la Seconda guerra mondiale, per poi salire fino al 120% nel 2036. Un livello che, in termini storici, segnerebbe un nuovo picco per l’economia americana in tempo di pace.

Il nodo strutturale: spesa obbligatoria e interessi

Il CBO attribuisce l’aumento del debito a una combinazione di fattori strutturali dalla crescita della spesa per programmi obbligatori come Social Security e Medicare e l’aumento dei costi sanitari all’invecchiamento della popolazione. Ma certo l’aspetto più preoccupante sono gli interessi sul debito, in crescita a causa dei tassi più elevati.

Proprio il costo del servizio del debito rappresenta uno degli elementi più sensibili. Con i rendimenti dei Treasury stabilmente superiori ai livelli ultra-bassi dell’era pre-2022, la spesa per interessi sta diventando una delle voci più dinamiche del bilancio federale.

Il “tipping point” secondo la stampa americana

La stampa economica statunitense ha dedicato ampio spazio alla questione, sottolineando non solo il superamento di soglie simboliche ma anche il rischio di un punto di svolta.

Il Wall Street Journal ha evidenziato come il superamento del record post-bellico rappresenti una “soglia psicologica” capace di influenzare le aspettative degli investitori e la percezione della sostenibilità fiscale americana. Pur riconoscendo che gli Stati Uniti beneficiano del ruolo globale del dollaro, il giornale sottolinea che una traiettoria non corretta potrebbe comprimere lo spazio fiscale per future emergenze.

Il New York Times ha posto l’accento sull’effetto cumulativo degli interessi, definendo la dinamica del debito una “pressione silenziosa ma persistente” sui conti pubblici. Secondo diverse analisi citate dal quotidiano, la vera criticità non è l’entità assoluta del debito, bensì il ritmo con cui cresce rispetto all’economia.

Reuters, da parte sua, ha evidenziato come i mercati finanziari al momento non mostrino segnali di allarme immediato, grazie alla forte domanda globale di titoli del Tesoro. Tuttavia, l’agenzia osserva che l’aumento del debito in un contesto di tassi più alti rende la posizione fiscale più vulnerabile rispetto al passato.

Perché il confronto con il dopoguerra è diverso

Il superamento del 106% del PIL richiama inevitabilmente il periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale. Ma la situazione odierna presenta differenze significative. Negli anni ’50, il rapporto debito/PIL fu ridotto rapidamente grazie alla crescita economica sostenuta e alla forte espansione demografica, con un’inflazione moderata e prevedibile. Se allora fu possibile avviare una disciplina fiscale progressiva, oggi la crescita è più contenuta, la popolazione invecchia e la pressione della spesa sociale è destinata ad aumentare.

Il rischio per la crescita e per la politica economica

Secondo numerosi economisti citati dalla stampa americana, un debito al 120% del PIL non implica automaticamente una crisi, ma può:

  • ridurre la flessibilità fiscale in caso di recessione;
  • aumentare la vulnerabilità a shock sui tassi di interesse;
  • comprimere investimenti pubblici produttivi;
  • accrescere tensioni politiche sul tetto del debito.

Il dibattito politico negli Stati Uniti resta polarizzato. Da un lato, chi invoca tagli alla spesa e riforme strutturali; dall’altro, chi sottolinea che la priorità è sostenere la crescita economica e gli investimenti strategici.

Il dollaro come ancora di stabilità

Un elemento che distingue gli Stati Uniti da altre economie avanzate è il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale. Questo garantisce una domanda costante di titoli del Tesoro e consente a Washington di finanziarsi a condizioni relativamente favorevoli.

Tuttavia, come osservato da diversi editoriali economici, affidarsi esclusivamente a questo “privilegio esorbitante” potrebbe essere rischioso nel lungo periodo, soprattutto se la fiducia dei mercati dovesse essere messa alla prova.

Una sfida di lungo periodo

Il dibattito sul debito federale americano non riguarda solo numeri e percentuali, ma la sostenibilità del modello fiscale nel tempo. Superare il record del dopoguerra avrebbe un forte valore simbolico, ma il vero punto critico sarà la capacità di stabilizzare il rapporto debito/PIL senza compromettere crescita e coesione sociale.

Per ora, i mercati restano relativamente tranquilli. Ma come sottolinea parte della stampa americana, il rischio non è un’esplosione improvvisa, bensì un lento accumulo di pressioni che potrebbe limitare le scelte future di politica economica.