“Dipendenti o indipendenti”? L’indagine Inapp-Plus fa luce sui lavoratori senza autonomia reale, tra precarietà e mancanza di tutele

La “zona grigia” dei dependent contractor

Un fenomeno in crescita nel mercato del lavoro italiano rischia di restare ai margini delle politiche occupazionali e della protezione sociale: è quello dei lavoratori formalmente autonomi ma privi di reale autonomia decisionale, costretti a operare in condizioni di dipendenza effettiva pur senza i diritti dei lavoratori subordinati. A fotografare questa realtà è il recente policy brief “Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo” pubblicato dall’INAPP. L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche è un ente pubblico di ricerca italiano vigilato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Una platea di quasi mezzo milione di lavoratori sempre in un “limbo”

Secondo l’analisi dell’INAPP, in Italia ci sono circa 494mila lavoratori definiti dependent contractor — ovvero persone con partita IVA o contratti di collaborazione che in realtà non hanno autonomia su orari, compensi o strumenti di lavoro e dipendono quasi interamente da un unico committente. Questa categoria rappresenta quasi il 10% dell’intera platea degli indipendenti senza dipendenti e costituisce una parte significativa dell’occupazione autonoma contemporanea.

Il lavoro autonomo è un mosaico di forme contrattuali e condizioni lavorative: se da un lato esistono professionisti con reale libertà organizzativa e imprenditoriale, dall’altro vi sono soggetti che, pur formalmente indipendenti, vivono una condizione molto simile al lavoro subordinato, senza però godere di alcuna tutela prevista per quest’ultimo.

Profilo dei dependent contractor: giovani e terziario

Dal punto di vista demografico, questi lavoratori sono prevalentemente giovani under 30 e operano soprattutto nei servizi, inclusi call center, consegne a domicilio, pulizie e servizi alle imprese. L’analisi evidenzia come spesso i loro redditi siano inferiori a quelli dei colleghi con contratti tradizionali e condividano con i lavoratori a termine una maggiore instabilità occupazionale.

Una delle criticità principali è proprio la scarsa libertà di scelta: per la maggior parte dei dependent contractor la partita IVA non è stata scelta per aspirazioni imprenditoriali, bensì per mancanza di alternative di lavoro subordinato. Questo conferma come la cosiddetta “autonomia” sia spesso un surrogato formale di condizioni di lavoro che restano dipendenti nella sostanza.

Il nodo delle tutele sociali e delle protezioni

Il policy brief richiama esplicitamente le direttive dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e dell’Unione Europea, evidenziando l’urgenza di estendere prestazioni sociali e protezioni professionali anche a chi si trova in questa zona grigia contrattuale, al di là della semplice qualificazione giuridica dell’attività. Secondo l’INAPP, “il futuro del lavoro autonomo deve essere ripensato in chiave di tutele universali” per riconoscere nuove forme di status lavorativo e garantire protezioni adeguate contro rischi professionali e retributivi.

Il presidente dell’INAPP, Natale Forlani, ha sottolineato come, nonostante la perdita di un milione di lavoratori autonomi negli ultimi vent’anni, il fenomeno mostri oggi luci e ombre indicative delle trasformazioni del mercato del lavoro nazionale e delle sfide poste dall’economia digitale. La diffusione delle tecnologie e delle piattaforme di lavoro ha infatti reso ancora più labili i confini tra subordinazione e autonomia, richiedendo un aggiornamento delle politiche pubbliche.

Verso un nuovo quadro normativo?

Oltre alla fotografia del fenomeno, il documento dell’INAPP invita a un riassetto normativo in linea con la direttiva UE 2024/2831, con l’obiettivo di contenere i disagi retributivi e di condizione lavorativa del segmento più vulnerabile degli autonomi. L’approccio suggerito passa per una maggiore chiarezza nelle definizioni di status lavorativo, una diffusione più ampia delle protezioni sociali e l’eliminazione delle disparità tra chi svolge lavoro subordinato e chi è formalmente, ma non realmente, autonomo.

Un tema cruciale per il mercato del lavoro italiano

La rilevanza di questo “policy brief” va oltre la pura analisi statistica: mette in luce una contraddizione strutturale del modello occupazionale italiano, in cui la flessibilità contrattuale può trasformarsi in debolezza per i lavoratori se non accompagnata da adeguate tutele. La sfida è dunque quella di governare l’evoluzione dello status lavorativo, tenendo conto delle trasformazioni tecnologiche, delle dinamiche di domanda e offerta e delle nuove forme di partecipazione al mercato del lavoro.

La questione dei dependent contractor, quasi mezzo milione di lavoratori senza autonomia reale, diventa così un banco di prova per l’adeguamento delle politiche pubbliche italiane alla complessità dei legami di lavoro contemporanei.

Confronto internazionale: “dependent contractor”, tutele per lavoratori autonomi, condizioni di dipendenza

A livello europeo, la questione è affrontata in modo sistematico soprattutto nell’ambito del diritto del lavoro su piattaforma e della gig economy, dove le linee tra lavoro autonomo e subordinazione sono sempre più sfumate.

L’Unione Europea ha approvato una direttiva sul lavoro su piattaforme per migliorare le condizioni lavorative nella gig economy, ponendo un principio chiaro: quando un lavoratore è sottoposto a controllo e direzione da parte della piattaforma digitale, il rapporto deve essere presumibilmente qualificato come rapporto di lavoro subordinato, se non viene dimostrato il contrario.

La presunzione di rapporto di lavoro subordinato

Questo cambiamento introduce una presunzione legale di subordinazione, invertendo l’onere della prova rispetto alle qualificazioni contrattuali formali. In questo quadro, la direttiva affronta esplicitamente la misclassificazione dei lavoratori, cioè la pratica di considerare alcuni lavoratori come autonomi pur essendo essi strumentalmente controllati dall’organizzazione da cui dipendono, anche in base a nuove regole sulla trasparenza dell’uso di algoritmi per l’organizzazione del lavoro e sul modo in cui le piattaforme comunicano con le autorità nazionali.

Gig economy e diritti dei lavoratori: una priorità europea

Nel mercato digitale, dove decine di milioni di persone sono impiegate attraverso piattaforme online, la UE ha riconosciuto che la classificazione formale come autonomi non deve precludere l’accesso a tutele minime. Secondo i dati più recenti, su circa 28 milioni di lavoratori su piattaforme nell’Unione, la stragrande maggioranza è formalmente classificata come autonomi, ma è sospettato che milioni di essi siano effettivamente in condizioni di subordinazione di fatto.

Questo orientamento europeo riflette l’esigenza di superare la tradizionale dicotomia tra lavoro autonomo e subordinato, riconoscendo come necessario estendere alcune tutele sociali e di protezione anche a lavoratori autonomi in condizioni di dipendenza economica o strutturale, in linea con la logica di protezione universale dei diritti del lavoro.

Orientamenti di diritto della concorrenza e contrattazione collettiva

Un altro aspetto su cui si muovono le istituzioni europee riguarda gli orientamenti della Commissione sul diritto della concorrenza applicabili agli accordi collettivi dei lavoratori autonomi. Secondo questi orientamenti, i lavoratori che prestano servizi esclusivamente o prevalentemente per un unico committente o in condizioni comparabili a quelle dei lavoratori subordinati possono negoziare collettivamente senza incorrere in violazioni delle regole di concorrenza UE. Questo indica una certa flessibilità normativa volta a riconoscere condizioni di debolezza negoziale tipiche dei “false self-employed”.

Esperienze nazionali e classificazione giurisprudenziale

Oltre alla normativa europea, anche giurisprudenze nazionali mostrano una tendenza a ridefinire il confine tra autonomia e subordinazione, soprattutto nei casi di lavoro su piattaforma o collaborazioni di fatto. Paesi come Francia, Spagna e Paesi Bassi hanno emesso sentenze in cui piattaforme digitali sono state obbligate a riqualificare rapporti di lavoro precedentemente considerati autonomi come rapporti di lavoro subordinato, con obblighi di sicurezza sociale e retribuzione coerente con tutele standard.

Verso nuove tutele e riforme strutturali

Il tema è oggetto di forte dibattito anche nella dottrina e nelle proposte normative nazionali: diversi contributi giuslavoristici sottolineano che il configurarsi di un rapporto autonomo di fatto, se caratterizzato da forte coordinamento e dipendenza economica, andrebbe riqualificato o comunque accompagnato da tutele analoghe a quelle del lavoro subordinato, includendo previdenza, diritto alla disoccupazione e protezioni sociali generali.