ETS sotto pressione: Confindustria chiede la sospensione del sistema europeo delle quote

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Emanuele Orsini: “Così si mette a rischio la competitività dell’industria”. Ma Bruxelles frena

Sospendere temporaneamente l’ETS europeo, il sistema di scambio delle quote di emissione introdotto nel 2005 per far pagare chi inquina. È questa la richiesta avanzata dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che riporta al centro del dibattito uno degli strumenti cardine della politica climatica dell’Unione.

L’ETS Emissions Trading System è il meccanismo con cui l’Unione europea assegna e mette all’asta quote di emissione di CO₂ alle imprese energivore: chi supera i limiti deve acquistare permessi sul mercato, chi riduce le emissioni può venderli. Un sistema “cap and trade” che negli anni è diventato il perno della strategia europea per la decarbonizzazione.

Perché Confindustria chiede lo stop

La posizione di Orsini nasce da una preoccupazione industriale. L’aumento del prezzo delle quote di emissione, che negli ultimi anni ha oscillato su livelli elevati, pesa in modo significativo sui costi delle imprese ad alta intensità energetica – acciaio, cemento, chimica, carta, ceramica – in un contesto già segnato da energia cara e rallentamento della domanda.

Secondo Confindustria, il sistema ETS rischia di trasformarsi da leva ambientale a fattore di svantaggio competitivo per l’industria europea rispetto ai competitor extra-UE, dove vincoli analoghi non sempre esistono o sono meno stringenti. La richiesta di sospensione viene presentata come misura temporanea per “mettere in sicurezza” il tessuto produttivo, in attesa di un riequilibrio dei mercati energetici.

Cos’è l’ETS e come funziona

Il sistema ETS, attivo dal 2005, copre circa il 40% delle emissioni totali dell’Unione europea. Ogni anno viene fissato un tetto massimo di emissioni complessive (cap), progressivamente ridotto nel tempo. Le imprese ricevono o acquistano quote che possono scambiare sul mercato.

Nel quadro del pacchetto Fit for 55, l’UE ha rafforzato il sistema, riducendo più rapidamente il numero di quote disponibili e ampliando progressivamente il perimetro settoriale. È prevista anche l’introduzione dell’ETS II per edifici e trasporti, destinato a incidere in modo più diretto sui consumatori.

L’obiettivo è chiaro: rendere progressivamente più costoso emettere CO₂ per incentivare investimenti in efficienza energetica, rinnovabili e tecnologie pulite.

Il nodo competitività

La richiesta di sospensione si inserisce in un momento delicato per l’industria europea. Negli ultimi due anni, l’Europa ha registrato una perdita di competitività in alcuni settori strategici, complice il differenziale di costo dell’energia rispetto a Stati Uniti e Asia.

Per attenuare il rischio di “carbon leakage” – la delocalizzazione della produzione verso Paesi con regole ambientali meno severe – Bruxelles ha introdotto il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), un meccanismo di aggiustamento alle frontiere che impone un costo della CO₂ anche alle importazioni. Ma il sistema è ancora in fase di piena implementazione.

Secondo una parte del mondo industriale, la combinazione tra ETS, prezzi energetici elevati e transizione accelerata rischia di comprimere margini e investimenti proprio nei settori chiamati a guidare la trasformazione verde.

Una revisione temporanea

Sul piano politico, tuttavia, una sospensione dell’ETS appare complessa. Il sistema rappresenta non solo uno strumento ambientale, ma anche una fonte significativa di entrate per gli Stati membri, utilizzate in parte per finanziare politiche di transizione e compensazioni sociali.

Inoltre, l’ETS è uno dei pilastri del Green Deal europeo. Metterne in pausa il funzionamento significherebbe inviare un segnale di rallentamento nella lotta al cambiamento climatico, proprio mentre l’UE rivendica un ruolo di leadership globale sul tema.

Più probabile, secondo diversi osservatori, è un intervento mirato: revisione temporanea di alcune regole, rafforzamento dei meccanismi di compensazione per i settori più esposti, o misure straordinarie in caso di shock energetici.

Ambiente e industria: un equilibrio ancora instabile

Il dibattito riporta alla luce una tensione strutturale: come conciliare ambizione climatica e tenuta industriale. L’ETS nasce per correggere un fallimento di mercato – il costo ambientale non incorporato nelle attività produttive – ma in una fase di transizione economica complessa il suo impatto diventa più visibile e politicamente sensibile.

La richiesta di Confindustria non è un rigetto della transizione ecologica, quanto piuttosto un invito a ricalibrare tempi e strumenti. Resta da capire se l’Unione europea riterrà necessario un aggiustamento o se manterrà la linea della gradualità già prevista, affidando al mercato e agli strumenti di compensazione il compito di accompagnare le imprese nel percorso verso la neutralità climatica.

In gioco non c’è solo il prezzo della CO₂, ma il modello industriale europeo dei prossimi decenni.