Harvard stravolge la sua strategia sulle crypto: vende Bitcoin e compra Ethereum
Le reazioni dei media americani tra interpretazioni prudenti e critiche sul rischio di esposizione
La decisione della Harvard University di ridurre l’esposizione in Bitcoin per la prima volta e di acquistare Ethereum tramite uno strumento regolamentato ha catalizzato l’attenzione dei principali quotidiani e siti finanziari americani, scatenando un dibattito sull’evoluzione dell’approccio istituzionale agli asset digitali. La mossa, evidenziata nei documenti depositati alla U.S. Securities and Exchange Commission (SEC), ha visto l’università vendere circa il 21% della sua posizione nell’ETF su Bitcoin e investire circa 87 milioni di dollari in BlackRock’s iShares Ethereum Trust (ETHA). Il portafoglio crypto complessivo resta consistente con oltre 350 milioni di dollari in ETF, pur rappresentando meno dell’1% del fondo di dotazione da 56,9 miliardi di dollari.

Interpretazioni della stampa economica Usa: diversificazione o segnale di cambiamento?
I media economici americani, tra cui Fortune e CoinDesk, hanno sottolineato la portata simbolica di questa rotazione istituzionale. Su Fortune, analisti come Eric Balchunas di Bloomberg Intelligence hanno interpretato la vendita di Bitcoin come un segnale non di fuga dalla tecnologia, ma di rebalancing in una fase di mercato difficile: “è un segnale positivo per gli emittenti se Harvard riesce a vendere e mantenere la posizione durante una fase di calo prolungato”.
La lettura prevalente non è quella di una disillusione totale nei confronti di Bitcoin, ma di un aggiustamento tattico in un portafoglio istituzionale su un orizzonte di lungo periodo. Anche gli analisti di CoinDesk hanno ricordato che l’ingresso in Ethereum fino a ora assente nelle dichiarazioni pubbliche di Harvard riflette un tentativo di diversificare l’esposizione agli asset digitali, soprattutto in una fase in cui entrambi i principali cripto-asset hanno subito pressioni di prezzo significative.
Le critiche: rischio e valutazione di Ethereum
Ma non tutti i commenti sono stati entusiastici. Opinioni critiche, citate da fonti come Binance Square riprese da media finanziari, suggeriscono che l’operazione potrebbe non ridurre affatto il rischio complessivo del portafoglio. Alcuni professori di finanza americani hanno rimarcato che Ethereum, pur essendo più “funzionale” per l’ecosistema DeFi e dei contratti smart, resta un asset altamente volatile e privo di un valore intrinseco stabile.
Andrew F. Siegel, docente emerito, ha messo in guardia contro la percezione che la criptovaluta sia un “bene con valore intrinseco”, considerandola piuttosto uno strumento speculativo con rischi elevati. Allo stesso modo, altri esperti hanno espresso dubbi sulle capacità di modelli tradizionali di valutazione nel fornire certezze sul lungo termine sia per Bitcoin sia per Ethereum.
Il contesto di mercato: prezzi in calo e attenzione istituzionale
La reazione dei mercati crypto al report non è stata travolgente, in parte perché Bitcoin ed Ethereum sono entrambi in una fase di debolezza, con ribassi prolungati rispetto ai massimi storici. Tuttavia, proprio in un periodo di prezzo depresso, la mossa di Harvard è stata letta da alcuni commentatori come un’opportunità di investimento a sconto piuttosto che un segnale di panico.
Inoltre, l’operazione di Harvard è stata inquadrata in un fenomeno più ampio: altre università americane di primo piano, come Dartmouth, Brown ed Emory, hanno anch’esse esposizioni in ETF su crypto, confermando che anche nel settore accademico cresce l’interesse istituzionale verso asset digitali regolamentati.
La copertura della stampa americana evidenzia una doppia chiave di lettura:
- da un lato, la mossa dell’università è vista come un segno di maturazione degli investitori istituzionali nel settore delle criptovalute, con una maggiore attenzione alla diversificazione e alle potenzialità di ecosistemi come quello di Ethereum;
- dall’altro, gli osservatori restano cauti sul messaggio complessivo, ricordando che né Bitcoin né Ethereum possono essere considerati asset “sicuri” o prevedibili nei rendimenti, soprattutto se detenuti in maniera significativa da portafogli con obiettivi di lungo termine.
In un mercato ancora segnato da volatilità e dibattito sull’utilità reale degli asset digitali, la scelta di Harvard potrebbe anticipare una tendenza più ampia tra grandi gestori patrimoniali oppure restare un caso isolato di ribilanciamento tattico in un panorama in evoluzione.




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