La nuova tassazione delle banche italiane: come cambia il fisco nel 2026
Alla luce delle polemiche scattate a fine novembre 2025 all’annuncio del ministro Giorgetti, riportato da ANSA, in merito a un nuovo round di incontri dopo la trattativa di ottobre sull’incremento di due punti dell’Irap inserito in manovra, cerchiamo di fare il punto della situazione a oggi.
Con la Legge di bilancio 2026 lo Stato chiedeva uno sforzo maggiore al settore bancario: aumento dell’IRAP, nuove imposte sulle riserve e vincoli su interessi passivi e dividendi. L’obiettivo era incassare 4-5 miliardi l’anno, ma gli effetti concreti restavano incerti. Il nuovo ‘sacrificio’ proposto avrebbe comportato l’aggiunta di 0,5 punti, con una franchigia di 90mila euro per tutelare le banche più piccole. Non si trattava di una “tassa sugli extraprofitti” nel senso classico, ma di una fusione di interventi finalizzati a far “contribuire di più” i grandi intermediari finanziari.
Le misure fiscali sulle banche nella Legge di Bilancio 2026: stato dell’arte dopo l’entrata in vigore
Queste misure, varate definitivamente con la pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre 2025 e in vigore dal 1° gennaio 2026, segnano un cambio di passo significativo per intermediari finanziari, banche e assicurazioni, pur senza rivoluzionare radicalmente il quadro regolatorio preesistente.
Aumento dell’IRAP e impatto su redditività bancaria
Una delle mosse più discusse della manovra è l’aumento di due punti percentuali dell’Imposta Regionale sulle Attività Produttive (IRAP) per banche e altri intermediari finanziari, che eleva l’aliquota dal 4,65% al 6,65% per il triennio 2026-2028. Per le assicurazioni la soglia passa da 5,90% a 7,90%. La decisione incide direttamente sui costi operativi complessivi del sistema creditizio, già sotto pressione per margini compressi da anni di tassi bassi e dinamiche competitive intense.
Sul piano pratico, l’incremento dell’IRAP si applica dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2025, con alcune misure attenuanti previste per scaglioni di reddito più bassi (ad esempio detrazioni sino a 90.000 euro nel 2027 e 2028). Tuttavia, il settore in molti commenti specialistici segnala come tale aggravio sia particolarmente oneroso proprio perché applicato trasversalmente, senza tener conto delle differenze di redditività tra istituti e segmenti di mercato.
Nuove imposte e regole sulle riserve e sui dividendi
Un altro nodo fondamentale della Manovra riguarda la disciplina delle riserve in sospensione d’imposta e della loro eventuale distribuzione. Le norme approvate riaprono i termini per usufruire di regimi agevolati di affrancamento fiscale di riserve e surplus di rivalutazione, consentendo in alcuni casi di applicare un’imposta sostitutiva ridotta sulle risorse soggette a tassazione differita e potenzialmente distribuibili agli azionisti.
Parallelamente, la legge introduce un regime fiscale più definito per i dividendi infra-UE/SEE percepiti dalle banche: questi sono inclusi nella base imponibile dell’IRAP in misura ridotta (in linea con la disciplina dell’UE) e, per periodi d’imposta già trascorsi, è prevista la possibilità di richiedere rimborsi. Anche il regime della Participation Exemption (esenzione parziale su dividendi e plusvalenze) subisce restrizioni, con soglie minime di partecipazione richieste per beneficiare dell’esenzione al 95% prevista dal sistema fiscale italiano.
Queste modifiche mirano a contenere potenziali elusioni fiscali e a stabilizzare la base imponibile, ma allo stesso tempo introducono maggiore complessità operativa per il calcolo delle imposte dovute dalle banche che operano in mercati internazionali.
Limitazioni alla deducibilità degli interessi passivi
Una delle questioni più sensibili per gli istituti di credito riguarda la deducibilità degli interessi passivi ai fini IRES e IRAP. La legge di bilancio introduce un graduale inasprimento della deducibilità: dal 96% per il periodo d’imposta successivo al 31 dicembre 2025, la quota deducibile sale progressivamente al 97%, 98% e 99% per gli anni successivi 2027-2029.
In termini normativi, queste limitazioni non impediscono la deduzione, come invece accade per alcune regole anti-base erosion in ambito UE, ma ne riducono l’impatto fiscale. Dal punto di vista delle banche, la minore deducibilità penalizza la gestione del costo del capitale, soprattutto in un contesto in cui il costo del debito resta significativo per molte istituzioni. Critici di settore hanno sottolineato che la misura rischia di colpire anche quegli intermediari che hanno bilanci più strutturati e non un’elevata leva finanziaria.
Equilibrio politico e resistenze del settore
Nel corso dell’esame parlamentare di novembre 2025, diverse associazioni di categoria e operatori del settore hanno espresso riserve sull’insieme delle misure, sottolineando come l’aumento dell’onere fiscale e i vincoli operativi non tengano sufficientemente conto della volatilità dei risultati bancari e della necessità di sostenere la crescita economica attraverso il credito. Alcuni commentatori hanno messo in guardia dal fatto che gli incrementi di gettito attesi (stimati in circa 1,2-1,3 miliardi nel 2026 solo sull’IRAP) potrebbero avere effetti pro-ciclici non desiderati sui costi di erogazione del credito alle imprese e alle famiglie.
In contrapposizione, il Governo ha difeso le scelte in termini di equità fiscale e contributo del settore finanziario alla copertura degli spazi di bilancio derivanti dalle priorità sociali indicate nella legge. L’attenzione è stata posta soprattutto sulla maggiore trasparenza fiscale e sulle regole più stringenti per la deducibilità di interessi e l’utilizzo delle riserve.
In sintesi le proposte governative discusse a novembre 2025 e poi formalizzate nella Legge di Bilancio 2026 sono diventate operative dal 1° gennaio 2026 e riguardano tre grandi assi: maggiori imposte e aliquote (in particolare l’IRAP), limiti sulla deducibilità degli interessi passivi e nuove regole su dividendi e riserve. Il settore bancario le percepisce come un mix di correttivi fiscali e oneri aggiuntivi, con effetti concreti sia sulla redditività sia sulla gestione ordinaria, mentre il Governo le considera strumenti per aumentare equità e gettito senza compromettere la stabilità finanziaria.
Le novità della tassazione bancaria
Imposta su utili e riserve distribuite: 27,5% se distribuiti subito. Per le banche che nel 2023 avevano accantonato riserve, in parte per far fronte alla cosiddetta “windfall tax”, la manovra prevede che, se decidono di distribuire quegli utili ai soci, dovranno pagare un’imposta sostitutiva pari al 27,5%. Va sottolineato che non è un obbligo: la distribuzione è su base volontaria. Ma chi sceglie di distribuire dovrà accettare il tributo.
Limitazioni alla deducibilità degli interessi passivi e delle perdite su titoli. La nuova normativa prevede anche un inasprimento delle regole sul trattamento fiscale di interessi passivi e svalutazioni su titoli detenuti come attività finanziarie: la deducibilità sarà limitata. In pratica, strumenti oggi facilmente utilizzabili dalle banche per ottimizzare la fiscalità dovranno essere gestiti con maggiore cautela.
Rinvio dell’utilizzo di crediti fiscali differiti (DTA) e nuovi vincoli contabili. Il governo proroga le regole che sospendono l’utilizzo immediato dei crediti fiscali differiti (Deferred Tax Assets), già introdotte nel 2025. Questo rallenta la capacità delle banche di compensare il carico fiscale con crediti accumulati. Inoltre la manovra introduce vincoli sul momento in cui alcune deduzioni sono ammesse, riducendo l’elasticità fiscale che le banche avevano finora.
I più critici parlano di un “populismo fiscale”: secondo analisti indipendenti, la manovra tassa genericamente il settore, senza un chiaro legame tra profitti “eccezionali” e gettito extra, un meccanismo che potrebbe scoraggiare gli investimenti e indebolire la redditività del sistema nel medio termine.
Rischi concreti per il credito e per i clienti
Le misure approvate rischiano di generare effetti collaterali come possibili aumenti dei costi per i clienti: se le banche devono compensare il maggior carico fiscale, potrebbero trasferire parte dei costi su conti correnti, prestiti o commissioni. Alcuni osservatori lo indicano come un esito probabile. Riduzione della capacità di erogare credito: la minor deducibilità di interessi passivi e vincoli sulle riserve potrebbero ridurre la base di capitale disponibile per finanziare mutui e prestiti. Incertezza della redditività bancaria: misure transitorie, norme contabili penalizzanti e maggiore volatilità fiscale rendono più difficile per gli istituti pianificare strategicamente.
Un settore sotto pressione e con molte incognite
La manovra fiscale del 2026 chiude un capitolo: dopo le misure temporanee degli ultimi anni, il governo sceglie di rendere strutturali parte degli interventi, in particolare l’aumento dell’IRAP e i vincoli su interessi e riserve. Ma il mix previsto di aliquote, tempistiche, opzioni, rende l’impatto finale difficilmente prevedibile.
Per lo Stato l’obiettivo è chiaro: ottenere risorse fresche a costo relativamente basso, senza aumentare le imposte per famiglie e imprese. Per le banche, invece, si apre una fase di pressione fiscale e di rischio non solo economico, ma reputazionale. Per il sistema finanziario e per il mercato del credito italiano, il 2026 potrebbe segnare un punto di svolta: se l’onere sarà pesante, le conseguenze su prestiti, servizi e stabilità bancaria potrebbero essere significative.



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