Stati Uniti, mercato del lavoro in frenata: il 2026 verso l’equilibrio, ma un po’ fragile

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Oxford Economics prevede meno di 40mila nuovi posti al mese. Dopo le revisioni al ribasso del 2025, prende forma lo scenario “low-hire, low-fire”

Il mercato del lavoro statunitense si avvia verso una fase di rallentamento strutturale. Secondo le stime di Oxford Economics, nel 2026 la creazione di nuovi posti dovrebbe attestarsi in media sotto le 40mila unità al mese: un ritmo sufficiente a mantenere stabile il tasso di disoccupazione, ma decisamente distante dalla vivacità registrata nel biennio post-pandemico.

Si tratterebbe del secondo anno consecutivo segnato da una dinamica definita dagli analisti “low-hire, low-fire”: poche nuove assunzioni, ma anche pochi licenziamenti. Un mercato del lavoro che non cresce in modo significativo, ma che non collassa. Un equilibrio debole, che riflette un’economia in fase di normalizzazione dopo lo shock inflazionistico e la stretta monetaria degli ultimi anni.

Le revisioni al ribasso cambiano la lettura del 2025

A rafforzare l’idea di un raffreddamento strutturale contribuiscono le revisioni operate dal Dipartimento del Lavoro statunitense sui dati del 2025. Le nuove stime parlano di appena 181mila posti creati nell’intero anno, un drastico ridimensionamento rispetto alla prima lettura di 584mila e soprattutto rispetto agli 1,46 milioni di nuovi occupati registrati nel 2024.

La revisione non è un dettaglio tecnico: modifica profondamente la narrativa sull’andamento dell’economia americana. Il mercato del lavoro non è crollato, ma si è progressivamente indebolito più di quanto inizialmente stimato.

Un mercato “congelato”

Il modello “low-hire, low-fire” descrive una fase in cui le imprese, pur non riducendo drasticamente il personale, evitano nuove assunzioni in attesa di maggiore chiarezza su crescita, inflazione e politica monetaria.

Diversi fattori contribuiscono a questo scenario, dall’effetto ritardato degli alti tassi di interesse all’incertezza geopolitica e la progressiva saturazione della domanda di lavoro dopo il boom post-pandemia.

Le aziende sembrano adottare una strategia prudente: trattenere i lavoratori qualificati già in organico, ma ridurre l’espansione degli staff.

Implicazioni per la Federal Reserve

Per la Federal Reserve, un mercato del lavoro stabile ma poco dinamico rappresenta un elemento chiave nel bilanciamento tra controllo dell’inflazione e sostegno alla crescita.

Una crescita occupazionale modesta ma sufficiente a evitare un aumento della disoccupazione potrebbe consentire alla banca centrale di mantenere una linea attendista sui tassi, evitando sia una stretta ulteriore sia un allentamento troppo rapido.

L’assenza di pressioni salariali eccessive, infatti, riduce il rischio di una nuova accelerazione inflazionistica, ma al tempo stesso segnala che l’economia non è in fase espansiva robusta.

Settori più esposti e trasformazione strutturale

La frenata occupazionale non è uniforme. I comparti tecnologico e finanziario hanno già mostrato segnali di rallentamento nelle assunzioni, mentre sanità e servizi alla persona continuano a mantenere una domanda relativamente sostenuta.

In parallelo, l’automazione e l’intelligenza artificiale stanno iniziando a modificare la composizione della domanda di lavoro. Più che una riduzione netta dell’occupazione, si osserva una trasformazione delle competenze richieste, con un crescente disallineamento tra offerta e domanda.

Un equilibrio che può durare?

Il rischio principale non è tanto un crollo occupazionale, quanto una stagnazione prolungata. Un mercato che non distrugge posti ma non ne crea abbastanza potrebbe comprimere la mobilità sociale, rallentare la crescita dei redditi e ridurre il dinamismo imprenditoriale.

Il 2026 potrebbe dunque segnare l’ingresso in una fase più matura del ciclo economico americano: meno espansiva, più prudente, con imprese e famiglie orientate alla stabilità piuttosto che alla crescita aggressiva.

Dopo anni di oscillazioni estreme l’economia statunitense sembra ora avviarsi verso una normalizzazione lenta. Resta da capire se questo equilibrio fragile sarà sostenibile o se rappresenterà solo una fase di transizione verso un nuovo ciclo.