Obbligazioni, il nuovo regime dei tassi apre opportunità
I rendimenti obbligazionari tornano ai livelli più elevati degli ultimi anni, spinti da inflazione, maggiore domanda di capitale e politiche monetarie restrittive. Gli esperti invitano a privilegiare duration brevi e settori meno esposti al costo del denaro. Ma un eventuale rallentamento del boom dell’intelligenza artificiale potrebbe restituire ai bond il tradizionale ruolo di diversificazione dei portafogli.

I mercati obbligazionari globali attraversano una fase di forte turbolenza. I rendimenti, vale a dire il ritorno offerto agli investitori dai titoli di Stato e dalle obbligazioni societarie, sono risaliti su livelli che in alcuni casi non si vedevano da anni. Un movimento che non sembra riconducibile soltanto alle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito pubblico, ma che riflette anche un’inflazione ancora persistente, una crescita economica più robusta del previsto e una domanda strutturale di capitale alimentata dagli investimenti nell’intelligenza artificiale.
Secondo gli analisti, il mercato sta entrando in un nuovo regime di tassi, più elevati rispetto a quello che ha caratterizzato l’era successiva alla crisi finanziaria del 2008. Un cambiamento che potrebbe avere conseguenze durature sulle strategie di investimento.
Rendimenti in rialzo sui principali mercati
Il movimento interessa le principali economie. Il Bund tedesco a dieci anni si colloca sui livelli più elevati dal 2011, i Gilt britannici ai massimi dal 2008, mentre il Treasury americano si avvicina al 4,80%. Anche il Giappone, per decenni simbolo dei tassi prossimi allo zero, ha visto il rendimento del decennale superare il 3%, tornando ai livelli della metà degli anni Novanta.
Il primo elemento è rappresentato dalla crescente domanda di capitale legata all’intelligenza artificiale. Il secondo riguarda il ritorno delle pressioni energetiche legate alle tensioni geopolitiche. Il terzo è la progressiva restrizione delle condizioni monetarie da parte delle principali banche centrali.
La corsa al debito per finanziare l’intelligenza artificiale
La costruzione di data center e infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale richiede infatti enormi quantità di capitale, che le società tecnologiche raccolgono anche attraverso l’emissione di debito.
La maggiore offerta di obbligazioni corporate si somma alle crescenti necessità di finanziamento dei governi, proprio mentre le banche centrali hanno ridotto il loro ruolo di acquirenti attraverso i programmi di acquisto di titoli. Ne deriva una maggiore competizione per il capitale disponibile, che tende a tradursi in rendimenti più elevati richiesti dagli investitori.
Kaspar Hense, Senior Portfolio Manager di RBC BlueBay, considera quello degli investimenti nell’IA un fenomeno potenzialmente strutturale. Il mercato, osserva, dovrà quindi adattarsi a rendimenti più alti, in una fase in cui le economie occidentali sembrano uscire dal lungo periodo caratterizzato da eccesso di risparmio e costo del denaro estremamente contenuto.
Energia e geopolitica riaccendono l’inflazione
A complicare ulteriormente il quadro è il fattore energetico. Le tensioni geopolitiche intorno allo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, hanno contribuito a spingere il Brent oltre i 95 dollari al barile, mentre il gas europeo è tornato sui livelli più elevati dall’inizio del 2023.
L’aumento dei prezzi dell’energia si riflette sulle prospettive di inflazione, rendendo più difficile per le banche centrali procedere rapidamente verso una politica monetaria più accomodante.
Carlo Aloisio, senior bond manager, sottolinea come il deterioramento della crisi mediorientale abbia portato l’inflazione a livelli superiori alle attese, rompendo l’equilibrio che sembrava essersi consolidato nei mesi precedenti sui mercati europei.
La questione centrale, per gli investitori, è capire se lo shock energetico sarà temporaneo oppure se finirà per trasferirsi a salari e servizi. Nel primo caso, le banche centrali potrebbero evitare una risposta particolarmente aggressiva. Nel secondo, invece, l’inflazione rischierebbe di diventare più strutturale, rendendo necessaria una politica monetaria restrittiva più a lungo.
Non tutto il debito europeo è uguale
Nel confronto internazionale, il debito pubblico europeo presenta comunque alcuni elementi di relativa solidità. Secondo Hense, il rapporto tra costo del debito ed entrate fiscali nell’Eurozona rimane sensibilmente più contenuto rispetto a quello di Stati Uniti e Regno Unito.
Anche all’interno dell’area euro le differenze sono significative. Grecia e Portogallo si distinguono per i progressi compiuti nel risanamento dei conti pubblici. L’Italia, nonostante un rapporto debito/Pil ancora elevato, viene valutata con maggiore favore per l’approccio prudente alla spesa pubblica. La Francia rappresenta invece un elemento di maggiore vulnerabilità, alla luce delle difficoltà sul fronte delle riforme e delle finanze pubbliche.
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