Von der Leyen difende i diritti delle donne: «L’Europa non tornerà indietro»
Nel discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione colloca la parità tra i valori fondamentali europei. I gruppi politici condividono la difesa dei diritti, ma chiedono misure concrete e si dividono sulle priorità dell’Unione
«Alcuni vogliono persino farci arretrare sui diritti delle donne, riportarci a un’epoca in cui le donne erano cittadine di seconda classe». Con queste parole Ursula von der Leyen ha inserito la parità di genere tra i passaggi politicamente più significativi del discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato davanti al Parlamento europeo riunito a Strasburgo.

La presidente della Commissione ha ricordato il lungo cammino compiuto verso la parità di trattamento, di opportunità e di retribuzione, richiamando anche la presenza crescente delle donne nelle istituzioni comunitarie. Il messaggio è stato sintetizzato in una frase destinata a diventare lo slogan di questa parte dell’intervento: «Le donne sono qui per restare». L’Unione, ha assicurato von der Leyen, continuerà a difendere i loro diritti e i valori europei.
Un avvertimento contro l’arretramento
Il riferimento non riguarda una singola proposta legislativa. È soprattutto un avvertimento politico rivolto ai movimenti che, in diversi Paesi europei, contestano le politiche sulla parità, i diritti riproduttivi, l’educazione alle differenze e le misure contro la violenza di genere.
Von der Leyen ha presentato il tema come parte di un conflitto più ampio sul futuro dell’Europa. Da una parte vi è un’Unione fondata sull’uguaglianza, sulla dignità e sul principio di non discriminazione; dall’altra, forze che vorrebbero ridimensionare conquiste considerate ormai consolidate.
Le parole, tuttavia, dovranno essere accompagnate da provvedimenti verificabili. L’Unione dispone già di norme sulla trasparenza retributiva, sulla presenza femminile nei consigli di amministrazione e sul contrasto alla violenza contro le donne. Restano però forti differenze tra gli Stati nell’applicazione delle direttive, nei servizi di assistenza, nell’occupazione femminile e nella distribuzione del lavoro di cura.
Proprio a questo problema si collega uno degli annunci contenuti nel programma della Commissione: un European Care Deal, destinato a rafforzare i servizi per l’infanzia, gli anziani e le persone non autosufficienti. La questione non è neutrale rispetto alla parità, perché il lavoro di cura non retribuito continua a ricadere soprattutto sulle donne, limitandone occupazione, reddito e carriera.
I socialisti: servono calendario, risorse e leggi
La presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici, Iratxe García Pérez, ha accolto il richiamo ai valori europei, ma ha chiesto che gli annunci si trasformino in un’agenda dotata di scadenze, proposte legislative, risorse finanziarie e volontà politica.
Secondo i socialisti, la credibilità dell’Unione sui diritti dipenderà anche dalle sue scelte economiche e sociali. Il gruppo sostiene l’introduzione di una valutazione di genere nel bilancio europeo, affinché le decisioni di spesa siano misurate anche in base ai loro effetti sulle donne. García ha inoltre invitato von der Leyen a costruire le maggioranze con le forze europeiste, evitando accordi con l’estrema destra. Nelle dichiarazioni successive al discorso, gli S&D hanno ribadito che «l’Europa ha bisogno di più che impegni e annunci» e che le politiche devono essere sostenute dalle risorse necessarie.
Liberali e Verdi chiedono coerenza
Anche nell’area liberale e ambientalista la difesa dei diritti fondamentali trova ampio consenso, ma il giudizio sulla Commissione rimane condizionato dai risultati concreti. Renew Europe, guidato da Valérie Hayer, ha insistito sulla necessità di una leadership europea capace di governare le trasformazioni tecnologiche e sociali senza sacrificare libertà e diritti.
I Verdi, attraverso la copresidente Terry Reintke, hanno concentrato la loro replica soprattutto sulla crisi climatica e sulla necessità di proteggere le persone più vulnerabili. La loro posizione generale resta però quella secondo cui la parità non può essere separata dalle politiche sociali, dalla tutela della salute e dall’autonomia delle donne. Le dichiarazioni immediatamente successive al discorso non hanno dedicato al passaggio sui diritti femminili lo stesso spazio riservato da von der Leyen, preferendo contestare alla Commissione la distanza tra gli annunci e le risorse disponibili.
Le destre spostano il confronto
Le reazioni dei gruppi conservatori e nazionalisti hanno seguito una direzione diversa. Il copresidente dell’ECR, Nicola Procaccini, ha concentrato il suo intervento su industria, materie prime e costi della decarbonizzazione. Jordan Bardella, presidente dei Patrioti per l’Europa, ha invece insistito su potere d’acquisto, sicurezza, immigrazione e “preferenza europea”.
Il passaggio sulla condizione femminile non è quindi diventato il centro delle loro repliche. Questa diversa selezione delle priorità rende comunque evidente la frattura politica evocata dalla presidente della Commissione: la parità è formalmente riconosciuta da quasi tutte le famiglie europee, ma manca una visione comune sulla sua applicazione e sui confini dell’intervento dell’Unione.
La prova dei fatti
Il discorso di von der Leyen ha un valore simbolico rilevante: presenta i diritti delle donne non come una questione settoriale, ma come parte dell’identità democratica europea. La vera verifica arriverà però con le proposte legislative, il bilancio e il controllo sull’attuazione delle norme negli Stati membri.
Trasparenza salariale, servizi di cura, contrasto alla violenza, indipendenza economica e presenza nei luoghi decisionali saranno i principali indicatori con cui misurare l’impegno annunciato a Strasburgo. Se questi interventi resteranno privi di risorse o saranno sacrificati nella ricerca di nuove maggioranze politiche, il richiamo contro il ritorno delle donne alla condizione di «cittadine di seconda classe» rischierà di rimanere soltanto una formula efficace. Se invece sarà seguito da decisioni concrete, potrà diventare uno degli assi politici della nuova agenda europea.
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