La Cina non è più solo la “fabbrica del mondo”, ma è diventata una potenza tecnologica

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Da potenza manifatturiera ad attore tecnologico globale: il dibattito sulla stampa internazionale

Quando sul Corriere della Sera la bravissima economista Lucrezia Reichlin scrive che «la Cina non è più solo la fabbrica del mondo, ma un attore tecnologico avanzato», intercetta un consenso sempre più diffuso nella stampa internazionale, ma anche un dibattito tutt’altro che chiuso. La trasformazione dell’economia cinese è evidente, ma resta controversa nei suoi esiti, nella sua sostenibilità e nelle sue implicazioni geopolitiche.

Gli argomenti a favore: la Cina come potenza tecnologica

Anche per testate come il Financial Times e The Economist, la Cina ha compiuto un salto strutturale: non si limita più ad assemblare prodotti progettati altrove, ma sviluppa tecnologia propria, spesso su scala globale. I dati più citati riguardano la leadership nella produzione di veicoli elettrici e batterie; l’avanzamento rapido nell’intelligenza artificiale applicata (computer vision, riconoscimento facciale, smart manufacturing); il dominio nelle catene di fornitura strategiche, come pannelli solari, terre rare e componentistica per l’elettronica avanzata.

Secondo il Financial Times, Pechino ha costruito un ecosistema che integra politica industriale, investimenti pubblici e mercato interno, permettendo alle aziende di scalare rapidamente. Shenzhen viene spesso citata come simbolo di questa evoluzione: da polo manifatturiero a hub di innovazione hardware e software.

Anche il MIT Technology Review sottolinea come la Cina non sia più solo “veloce nel copiare”, ma sempre più capace di innovare per prima, soprattutto nelle applicazioni industriali dell’AI e nella robotica.

Gli argomenti contrari: innovazione sì, ma a che prezzo?

La narrazione opposta emerge con forza su testate come il Wall Street Journal e, in parte, sullo stesso Economist. Qui l’accento è posto sui limiti strutturali del modello cinese. Le principali critiche riguardano la forte dipendenza dallo Stato, che rischia di soffocare l’innovazione di lungo periodo; le restrizioni su libertà accademica, dati e informazione, considerate un freno alla ricerca di frontiera; la vulnerabilità tecnologica emersa con le sanzioni USA sui semiconduttori avanzati, che hanno mostrato quanto la Cina sia ancora dipendente da know-how occidentale in settori chiave.

Il Wall Street Journal insiste sul fatto che la Cina eccelle nell’innovazione incrementale e nella scala, ma fatica ancora nelle tecnologie di base (chip di ultima generazione, software core, architetture proprietarie). In questa lettura, la Cina sarebbe una superpotenza tecnologica “asimmetrica”: fortissima in alcuni ambiti, fragile in altri.

Una competizione che ridefinisce il mondo

Sulla stampa internazionale emerge un punto condiviso: la Cina non può più essere considerata solo una fabbrica a basso costo. Anche le testate più critiche riconoscono che il Paese è ormai un competitor diretto dell’Occidente sull’innovazione, non solo sulla produzione.

Il dissenso riguarda piuttosto il futuro del modello per alcuni, la combinazione di scala, investimenti e controllo statale renderà la Cina sempre più autonoma; per altri, proprio il controllo politico limiterà la capacità di produrre innovazione radicale nel lungo periodo.

La frase del Corriere della Sera coglie una trasformazione reale, confermata da gran parte della stampa internazionale. La Cina è oggi fabbrica, laboratorio e piattaforma tecnologica allo stesso tempo. Ma resta aperta la domanda centrale che divide analisti e media globali: questa ascesa tecnologica è strutturalmente sostenibile o destinata a scontrarsi con limiti politici, geopolitici e tecnologici? È su questo punto che il confronto tra Cina, Stati Uniti ed Europa si giocherà nei prossimi dieci anni.