Renminbi sottovalutato? La Cina di fronte a una svolta: è il momento di riequilibrare gli scambi?
Quando il Financial Times invita Pechino a lasciar rafforzare il renminbi, il punto non è solo valutario, ma geoeconomico. Secondo il quotidiano britannico, una valuta cinese tenuta artificialmente debole funzionerebbe di fatto come sussidio implicito alle esportazioni, alterando la concorrenza globale in un momento di forti tensioni commerciali.

L’argomentazione del FT si inserisce in una linea editoriale consolidata: il renminbi sarebbe sottovalutato rispetto ai fondamentali (avanzo commerciale, posizione esterna netta, capacità industriale); la gestione stretta del cambio da parte delle autorità cinesi aiuterebbe le imprese esportatrici ad assorbire shock come dazi, rallentamento globale e costi interni crescenti; questo meccanismo alimenterebbe accuse di concorrenza sleale, soprattutto da Stati Uniti ed Europa.
Un renminbi più forte aiuterebbe anche la Cina stessa: ridurrebbe le tensioni con i partner commerciali, stimolerebbe i consumi interni e favorirebbe il riequilibrio da economia export-led a modello più domestico.
Le istituzioni internazionali: una posizione più prudente
Il quadro cambia se si guarda alle valutazioni di organismi multilaterali come il International Monetary Fund. Nelle sue più recenti Article IV Consultations, il FMI riconosce che il renminbi è ampiamente stabile in termini reali e che eventuali scostamenti dal valore “di equilibrio” non sono così marcati come in passato.
Il Fondo sottolinea che la Cina oggi interviene meno direttamente sul cambio rispetto agli anni 2000; la pressione al ribasso deriva anche da fattori di mercato (deflazione interna, differenziale dei tassi con gli USA, debolezza della domanda); una rivalutazione forzata potrebbe aggravare la fragilità di un’economia già sotto stress (immobiliare, debito locale).
La stampa americana: tra valuta e sicurezza economica
Negli Stati Uniti, testate come il Wall Street Journal tendono a essere più dure. Qui il renminbi debole viene letto come strumento strategico in una competizione sistemica: non solo export, ma anche controllo delle catene di fornitura, manifattura avanzata e transizione green.
Tuttavia, anche sul WSJ emergono voci caute: alcuni analisti avvertono che un apprezzamento rapido della valuta potrebbe colpire l’occupazione industriale cinese e innescare instabilità finanziaria, con effetti di rimbalzo sull’economia globale.
L’Europa e il nodo politico-industriale
La stampa europea, da The Economist a Les Échos, adotta una posizione intermedia. Il renminbi è visto come parte di un problema più ampio, che riguarda sovraccapacità industriale cinese; politiche industriali aggressive; asimmetrie regolatorie.
In questa lettura, anche un renminbi più forte non risolverebbe da solo le distorsioni, se non accompagnato da riforme interne su sussidi, concorrenza e accesso al mercato.
Una visione liberale dell’economia globale prevederebbe cambi più forti, meno interventi statali, riequilibrio degli scambi. Ma il confronto internazionale mostra un quadro più sfumato: il cambio è un fattore, non la causa principale delle distorsioni.
In sintesi, la richiesta di “lasciare rafforzare il renminbi” è economicamente comprensibile e politicamente favorita in Occidente, ma non è una soluzione semplice né priva di rischi. Per Pechino, il cambio resta uno strumento di stabilità interna prima ancora che di politica commerciale. Ed è su questo equilibrio più che sul valore nominale della valuta che si giocherà il prossimo capitolo del confronto economico globale.

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