Arte come asset strategico: famiglie e imprese guardano sempre più alla diversificazione

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Tra diversificazione patrimoniale e mercato globale, il ruolo delle grandi case d’asta internazionali diventa centrale anche per i collezionisti italiani

Negli ultimi anni l’arte è uscita dalla dimensione puramente culturale per affermarsi come strumento di pianificazione patrimoniale. Non è un caso che family office, imprenditori e aziende abbiano iniziato a integrare opere e collezioni nelle proprie strategie di investimento, affiancandole a strumenti finanziari tradizionali, private equity e real asset.

Il mercato internazionale dell’arte, secondo il report annuale di Art Basel e UBS, continua a muovere decine di miliardi di dollari l’anno, con una forte concentrazione nelle fasce high-end e nei segmenti blue chip (arte moderna, post-war e contemporanea). Dopo la fase di forte espansione post-pandemia e un 2023 più selettivo, nel 2024-2025 si è configurato un mercato più razionale, meno speculativo, ma sostenuto da collezionisti strutturati e capitali “pazienti”.

L’arte come diversificazione e protezione dall’inflazione

Per famiglie ad alta patrimonializzazione e imprese, l’arte rappresenta una forma di diversificazione non correlata ai mercati finanziari tradizionali. Non si tratta di un bene liquido né facilmente valutabile, ma proprio questa natura ibrida la rende interessante in una logica di medio-lungo periodo.

In fasi di volatilità finanziaria e tensioni geopolitiche, l’arte, soprattutto quella di artisti storicizzati, viene spesso percepita come bene rifugio alternativo. A differenza dell’oro o degli asset finanziari, però, l’opera porta con sé un valore culturale, reputazionale e identitario. Per molte famiglie imprenditoriali italiane, investire in arte significa anche consolidare un’immagine di mecenatismo contemporaneo e rafforzare il brand aziendale attraverso corporate collection e fondazioni.

Il peso delle grandi case d’asta internazionali

In questo ecosistema, le grandi case d’asta globali svolgono un ruolo chiave di validazione, trasparenza e pricing. Christie’s, Sotheby’s e Phillips rappresentano oggi non solo piattaforme di vendita, ma veri e propri hub finanziari dell’arte.

Le loro evening sales a New York, Londra e Hong Kong determinano benchmark internazionali e influenzano le valutazioni anche nei mercati locali. Per i collezionisti italiani, partecipare a queste aste, in presenza o tramite advisor, significa accedere a opere museali e a un mercato altamente competitivo, ma anche beneficiare di una maggiore trasparenza rispetto alle trattative private.

Negli ultimi anni, anche le migliori case d’asta italiane e svizzere hanno inoltre investito in strumenti digitali, aste online e servizi di advisory patrimoniale, ampliando la platea di investitori e rendendo il mercato più accessibile, pur mantenendo in alcuni casi anche un forte presidio sui top lot milionari.

Italia tra tradizione e internazionalizzazione

Il collezionismo italiano ha una lunga tradizione, ma oggi si confronta con una dimensione sempre più globale. Se il mercato domestico resta solido con piazze come Milano e Roma centrali per moderno e contemporaneo, molti grandi collezionisti italiani operano ormai su scala internazionale.

Le case d’asta globali hanno rafforzato la loro presenza nel nostro Paese attraverso department dedicati e specialisti italiani, consapevoli del peso del patrimonio privato nazionale. Parallelamente, cresce il ricorso a art advisor indipendenti, family office e strutture di wealth management che integrano l’arte nei portafogli come asset alternativo, affiancando analisi di provenienza, due diligence e pianificazione fiscale.

Imprese e corporate collection: tra investimento e reputazione

Non sono solo le famiglie a guardare all’arte. Molte aziende soprattutto nei settori moda, design, finanza e manifattura di eccellenza hanno sviluppato collezioni corporate come parte integrante della strategia ESG e di brand positioning.

Un’opera non è solo un asset patrimoniale: diventa leva di comunicazione, strumento di engagement interno e segnale di visione culturale. In alcuni casi, le corporate collection si trasformano in fondazioni aperte al pubblico, con un impatto reputazionale che va oltre il mero ritorno economico.

Opportunità e rischi: serve competenza

Nonostante l’interesse crescente, l’arte resta un mercato complesso. La liquidità è limitata, i costi di transazione sono elevati e la valutazione dipende da dinamiche qualitative come carriera dell’artista, mostre museali, critica, provenienza, difficilmente modellizzabili come un titolo azionario.

Proprio per questo, le strategie più solide non si basano su logiche speculative di breve periodo, ma su una visione di lungo termine, con opere selezionate per qualità e storicizzazione. Le grandi case d’asta internazionali offrono un punto di riferimento in termini di trasparenza e pricing, ma non sostituiscono un’analisi patrimoniale strutturata.

Il mercato internazionale dell’arte si sta evolvendo: maggiore regolamentazione, attenzione alla tracciabilità, digitalizzazione e crescente competizione asiatica stanno ridisegnando gli equilibri. Per i collezionisti italiani questo significa muoversi in un contesto più globale e sofisticato.

L’arte non è una scorciatoia verso rendimenti rapidi. È piuttosto uno strumento di diversificazione che intreccia capitale economico e capitale culturale. E in un’epoca in cui reputazione, identità e patrimonio immateriale contano quanto i numeri di bilancio, il suo ruolo nelle strategie di investimento appare destinato a consolidarsi.