Rio Tinto ha detto no a Glencore: cosa rivela il fallimento della maxi-fusione nel settore minerario
Il possibile matrimonio tra Rio Tinto e Glencore, che avrebbe dato vita al più grande gruppo minerario del mondo, si è interrotto bruscamente nonostante una corsa globale alle risorse critiche, in primis il rame. Una decisione che, secondo il Financial Times, riflette divergenze strategiche profonde più che un semplice disaccordo sui numeri.

La fame di rame nell’era della transizione energetica
Il punto di partenza è il rame. Con la transizione energetica, l’elettrificazione dei trasporti e l’espansione delle reti elettriche, il metallo rosso è diventato uno degli asset più ambiti del settore minerario. Secondo l’International Energy Agency, la domanda globale di rame potrebbe raddoppiare entro il 2040, creando una pressione senza precedenti sull’offerta.
In questo contesto, una fusione tra Rio Tinto e Glencore avrebbe consentito di combinare la solidità finanziaria e la disciplina operativa di Rio Tinto con l’esposizione di Glencore a rame, cobalto e nichel, oltre alla sua potente piattaforma di trading.
Eppure, proprio qui emerge la prima frattura.
Modelli di business incompatibili
Secondo il Financial Times, il nodo centrale è la diversa identità industriale delle due società. Rio Tinto è storicamente orientata a un modello “pure mining”: asset di lunga durata, forte attenzione alla governance, distribuzione disciplinata del capitale agli azionisti. Glencore, al contrario, è un gruppo ibrido, in cui l’attività estrattiva convive con un colosso del trading globale di materie prime.
Questa componente di trading altamente redditizia ma anche ciclica e opaca è sempre stata guardata con cautela dal management e dagli investitori di Rio Tinto. Come osserva Bloomberg, l’integrazione avrebbe esposto Rio a rischi reputazionali, normativi e di volatilità che il gruppo ha faticosamente cercato di ridurre negli ultimi dieci anni.
Governance, ESG e rischio politico
Un altro fattore chiave è il profilo ESG. Rio Tinto, dopo lo scandalo Juukan Gorge del 2020, ha rafforzato in modo significativo le proprie politiche ambientali e di governance. Glencore, pur avendo avviato un percorso di transizione, con le sue attività legate ai combustibili fossili resta più esposta a giurisdizioni ad alto rischio politico e controversie ambientali e legali,
Secondo Reuters, una fusione avrebbe probabilmente incontrato forti resistenze non solo tra gli investitori istituzionali, ma anche da parte dei regolatori, soprattutto in Europa e Australia. Il rischio di un lungo e incerto processo antitrust avrebbe ridotto l’appeal strategico dell’operazione.
Valutazioni e allocazione del capitale
C’è poi un tema di valutazioni. In una fase in cui i grandi gruppi minerari privilegiano buyback e dividendi, un’operazione di queste dimensioni avrebbe richiesto un impegno di capitale enorme, con ritorni incerti nel breve periodo. Come sottolinea The Wall Street Journal, Rio Tinto ha mostrato negli ultimi anni una crescente avversione alle mega-fusioni, preferendo acquisizioni mirate su asset specifici di rame e litio.
In altre parole, per Rio Tinto il rame è strategico, ma non a qualsiasi prezzo.
Cosa dice il fallimento dell’operazione sul settore minerario
Il fatto che le trattative siano naufragate nonostante la “scramble for copper” è indicativo di un cambiamento più ampio. Il settore minerario globale si sta muovendo verso un consolidamento selettivo e una maggiore disciplina del capitale. Per non dimenticare l’attenzione crescente a ESG e rischio geopolitico.
Come sintetizza il Financial Times, l’epoca delle fusioni trasformative “a ogni costo” sembra tramontata. Anche in presenza di trend strutturalmente favorevoli, come la transizione energetica, la qualità del modello di business conta quanto l’accesso alle risorse.



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