Una Zona Economica Speciale (ZES) “di confine”: cosa c’è sul tavolo tra Varese, Como, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola

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Una ZES “di confine” per scendere a patti con la Svizzera

Dall’ordine del giorno in manovra all’iter parlamentare: obiettivi, incentivi ipotizzati e dubbi (non solo) della stampa locale

L’idea di istituire una Zona economica speciale (ZES) che includa i comuni italiani di confine con la Svizzera nelle province di Varese, Como, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola nasce da un’esigenza molto concreta: ridurre lo svantaggio competitivo di territori che vivono ogni giorno la “trazione” del mercato elvetico, in primis sul fronte dei salari e dell’attrattività per le imprese. Negli ultimi giorni la proposta è tornata al centro del dibattito perché, secondo diverse testate locali, il Governo ha assunto un impegno formale sul tema attraverso un atto collegato alla manovra, presentato come un passaggio che punta a trasformare misure episodiche in un sostegno strutturale.

Che cos’è (in teoria) una ZES di frontiera e perché se ne parla ora

Nel lessico della politica economica, una ZES è un’area in cui lo Stato concentra agevolazioni fiscali, semplificazioni amministrative e strumenti finanziari per favorire investimenti e occupazione. Nel caso specifico, la declinazione “di confine” ha una finalità dichiarata: contrastare la delocalizzazione oltrefrontiera e trattenere lavoro e imprese dove la concorrenza svizzera è più forte, anche a pochi chilometri di distanza.

Sul piano normativo, la cornice è presente in proposte depositate in Parlamento: un disegno di legge (in formulazioni analoghe già viste nelle legislature precedenti) indica esplicitamente l’obiettivo di creare condizioni favorevoli “in termini doganali, fiscali, finanziari e amministrativi” nelle aree lombarde confinanti con la Svizzera, per promuovere insediamenti produttivi e occupazione.

L’iter in corso: dall’ordine del giorno alla legge (il vero nodo)

Le ricostruzioni della stampa locale convergono su un punto: il passaggio più recente non equivale ancora all’istituzione operativa della ZES, ma è un impegno politico (ordine del giorno collegato alla manovra) che spinge il Governo a costruire il perimetro e gli strumenti della misura. È la differenza tra “indirizzo” e “norma”: per trasformarsi in intervento applicabile, serviranno atti attuativi e coperture, e soprattutto un testo che definisca confini, criteri di accesso e incentivi in modo verificabile.

Qui entra la partita più delicata: una ZES non funziona se resta un titolo evocativo. Deve tradursi in regole chiare (quali comuni, quali attività, quali vincoli), tempi certi e strumenti non contraddittori con la normativa nazionale ed europea sugli aiuti di Stato.

Obiettivi dichiarati: imprese, investimenti e “assegno di frontiera” per i residenti

Nella narrazione politica ripresa da varie testate dell’area insubrica, l’obiettivo è duplice. Da un lato, incentivi alle imprese per rendere più conveniente investire o restare in Italia; dall’altro, un sostegno ai lavoratori residenti nei comuni di frontiera per ridurre il gap salariale con chi lavora oltre confine. Diverse ricostruzioni citano l’ipotesi di un “assegno/premio di frontiera” trasferito direttamente in busta paga e di agevolazioni fiscali legate alla ZES.

Alcuni articoli, ad esempio su ComoZero, parlano anche di una possibile dote iniziale (si cita la cifra di 60 milioni come ordine di grandezza per l’avvio) e di crediti d’imposta/agevolazioni per le imprese: elementi che, se confermati nei provvedimenti attuativi, chiarirebbero il “come” oltre al “perché”.

Come la stampa locale la racconta: entusiasmo, ma anche attese e cautela

I quotidiani e siti locali sottolineano soprattutto l’aspetto “difensivo” della misura: fermare l’erosione economica e demografica delle aree di frontiera, dove la Svizzera funge da calamita per competenze e manodopera. VareseNews, La Provincia di Varese e Il Bustese insistono sul concetto di sostegno strutturale e sulla necessità di superare interventi frammentati, valorizzando anche nuove risorse legate al tema dei frontalieri.

Al tempo stesso, alcune testate mettono l’accento sull’aspetto più “sensibile” e politicamente spendibile: l’incentivo diretto ai lavoratori, presentato come leva per rendere meno inevitabile la scelta dell’impiego in Svizzera. ComoZero, ad esempio, enfatizza la combinazione tra supporto alle imprese e premio di frontiera, collocando la partenza nel 2026 come orizzonte operativo auspicato.

Accanto all’entusiasmo, però, nella lettura giornalistica resta una domanda implicita: quanto sarà davvero efficace una ZES se non riduce i divari strutturali (costo del lavoro, burocrazia, servizi, infrastrutture) che spiegano la forza di attrazione elvetica? E soprattutto: gli incentivi saranno permanenti o temporanei, selettivi o generalizzati? È su questo che, realisticamente, si misurerà la credibilità del progetto quando l’iter passerà dagli annunci ai testi definitivi.

Il punto di equilibrio: evitare una “ZES di nome” e costruire una misura misurabile

Se la ZES di confine vuole essere più di un’etichetta, dovrà chiarire almeno tre aspetti: perimetro geografico reale (quali comuni e con quali criteri), strumenti (quali agevolazioni e per quanto tempo) e governance (chi decide, chi controlla, con quali tempi). I disegni di legge in Parlamento offrono una traccia di finalità e strumenti possibili, ma la partita decisiva è l’attuazione: lì si capirà se l’intervento è una risposta strutturale alla competizione di confine o una misura di breve respiro.