A Wall Street l’AI divide Big Tech tra vincitori e perdenti
Le “Magnificent Seven“ sempre meno magnifiche
Il gruppo delle cosiddette Magnificent Seven non si muove più come un blocco compatto. Dopo aver trainato Wall Street per gran parte del 2023 e del 2024, le sette grandi big tech americane stanno ora mostrando traiettorie sempre più divergenti, man mano che l’intelligenza artificiale passa da promessa di crescita a terreno di scrutinio industriale, regolatorio e finanziario.

L’AI, che aveva inizialmente agito come potente fattore unificante, sta diventando un elemento selettivo: premia chi riesce a monetizzarla in modo credibile e penalizza chi accumula costi, rischi o incertezze strategiche.
Da trade tematico a test sui fondamentali
Come osservato dal Financial Times, il mercato sta abbandonando la logica del “tutto AI è crescita” per entrare in una fase di valutazione più rigorosa. Gli investitori non guardano più solo alla capacità di sviluppare modelli avanzati, ma a tre fattori chiave: ritorni economici concreti, sostenibilità dei costi e esposizione regolatoria.
In questo contesto, il gruppo delle Magnificent Seven Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta e Tesla si sta progressivamente fratturando.
I vincitori: chi monetizza l’AI oggi
Microsoft e Nvidia emergono come i principali beneficiari della nuova fase. Microsoft ha integrato l’AI in modo diretto e misurabile nei suoi prodotti enterprise, da Azure a Copilot, riuscendo a tradurre l’innovazione in ricavi ricorrenti. Nvidia, dal canto suo, resta il fulcro hardware dell’ecosistema AI: la domanda di chip avanzati continua a superare l’offerta, rafforzando margini e visibilità sugli utili.
Secondo Bloomberg, questi due gruppi incarnano la narrativa preferita dal mercato: investimenti elevati, sì, ma accompagnati da una chiara capacità di catturare valore lungo la filiera dell’intelligenza artificiale.
Le posizioni intermedie: tra potenziale e incertezza
Più complessa la situazione di Alphabet e Amazon. Entrambe dispongono di infrastrutture AI di primissimo livello, ma il mercato fatica a valutare l’impatto netto sui profitti. Nel caso di Alphabet, l’AI rischia di erodere il modello pubblicitario tradizionale, aumentando i costi senza un immediato incremento dei ricavi. Amazon, invece, deve bilanciare gli ingenti investimenti in AI e cloud con margini già sotto pressione nel retail.
Come sottolinea Reuters, queste aziende non sono percepite come perdenti strutturali, ma come realtà in una fase di transizione, dove la visibilità sui ritorni resta limitata.
I perdenti (per ora): AI come rischio più che leva
Sul fronte opposto si collocano Tesla, Meta e Apple, seppur per motivi diversi. Tesla continua a puntare sull’AI come elemento centrale della guida autonoma, ma le promesse non ancora pienamente realizzate stanno aumentando lo scetticismo degli investitori. Meta ha rilanciato massicciamente sugli open model e sull’infrastruttura AI, ma con ritorni economici ancora difficili da quantificare rispetto all’entità degli investimenti.
Apple rappresenta un caso a parte: la sua strategia di AI “silenziosa”, focalizzata su privacy e integrazione on-device, è coerente con il brand ma meno immediatamente monetizzabile. Secondo The Wall Street Journal, il mercato teme che l’azienda stia arrivando tardi su alcune applicazioni generative ad alto valore percepito.
Il fattore regolatorio entra in gioco
A rendere più netta la divergenza contribuisce anche l’aspetto regolatorio. Le autorità negli Stati Uniti e in Europa stanno intensificando l’attenzione su concorrenza, uso dei dati e rischi sistemici dell’AI. In questo scenario, le aziende con modelli di business più esposti e in particolare quelle basate su pubblicità e dati personali risultano più vulnerabili.
Come evidenziato da The Economist, l’AI non è solo una tecnologia, ma un moltiplicatore di responsabilità legali e politiche. E non tutte le big tech partono dalla stessa posizione.
Fine del blocco unico
La divergenza delle Magnificent Seven segna un punto di svolta per i mercati. Il trade tematico che ha dominato gli ultimi anni lascia spazio a una selezione basata su execution, governance e ritorni misurabili. L’AI resta il motore della crescita, ma non è più una garanzia automatica di performance.
Per gli investitori, il messaggio è chiaro: il futuro della Big Tech non sarà deciso da chi “fa AI”, ma da chi saprà trasformarla in un modello economico sostenibile, sotto lo sguardo sempre più attento di mercati e regolatori.



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