Il Dlgs 231 del 2001 e non solo: quando compliance, ESG e sostenibilità smettono di essere funzioni e diventano visione.

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Come viene governata un’organizzazione

— di Stefano Lombardi

Negli ultimi anni parole come compliance, ESG, sostenibilità sono entrate stabilmente nel vocabolario delle imprese. Il rischio, però, è che restino parole affiancate, compartimenti ordinati ma separati. La realtà è che tutte raccontano la stessa domanda di fondo: come viene governata un’organizzazione.

Oggi alle imprese non è più richiesto solo di rispettare le regole. È richiesto di essere credibili, leggibili, coerenti nel tempo. Di dimostrare che le scelte strategiche, organizzative e operative seguono una logica comprensibile e responsabile, non solo economicamente efficace.

In questo senso, la compliance non è un tema tecnico. È un modo di pensare l’impresa.
Un insieme di strumenti che aiutano a trasformare la complessità in decisioni consapevoli, a prevenire prima di correggere, a rendere esplicito ciò che spesso resta implicito: chi decide, come decide, con quali responsabilità.

I fattori ESG hanno reso evidente questo passaggio. Non chiedono semplicemente rendicontazioni o indicatori, ma allineamento tra ciò che l’impresa dichiara e ciò che realmente accade nei processi, nelle relazioni, nella gestione dei rischi. E questo allineamento non può essere improvvisato. È qui che la compliance mostra la sua funzione più evoluta:
non come insieme di vincoli, ma come architettura di governo.

Il Modello Organizzativo ex D.Lgs. 231/2001

Il Modello Organizzativo ex D.Lgs. 231/2001, letto in questa chiave, non è solo uno strumento di tutela giuridica. È una lente attraverso cui l’organizzazione può guardare se stessa: capire dove si concentrano le responsabilità, dove i processi sono fragili, dove la distanza tra regole e prassi rischia di diventare un problema.

Allo stesso modo, l’Organismo di Vigilanza non è semplicemente un presidio di controllo. È uno spazio di osservazione indipendente che, quando funziona davvero, contribuisce a mantenere l’equilibrio del sistema, intercettando segnali, incoerenze, aree di miglioramento.

La sostenibilità, in fondo, non è altro che questo:
la capacità di durare nel tempo senza scaricare i rischi,
di crescere senza perdere coerenza,
di governare la complessità senza semplificazioni pericolose.

Per questo oggi compliance, ESG e sostenibilità non possono essere trattati come funzioni separate. Sono espressioni diverse di un’unica esigenza: qualità del governo dell’impresa.

E forse è proprio qui il punto più rilevante:la compliance non riguarda solo il rispetto delle norme. Riguarda il modo in cui un’organizzazione sceglie di stare nel mercato, nelle istituzioni, nella società. Ed è per questo che, sempre più, diventa un vero fattore di maturità.