La Generazione Z riscrive il modo di bere, ma in Italia il buon vino è ancora apprezzato

Redazione -

Meno sbronze, più controllo: tra USA e Italia cambia la cultura dell’alcol (e non solo)

La Gen Z non sta semplicemente bevendo meno: sta cambiando il significato sociale del bere. Negli Stati Uniti come in Europa, e con declinazioni diverse anche in Italia, i più giovani stanno prendendo le distanze dall’idea di serata alcolica come rito obbligato, privilegiando esperienze che non compromettano lucidità, benessere e come dicono loro “i piani del giorno dopo”.

Il fenomeno è evidente negli USA, dove sempre più giovani scelgono bevande analcoliche premium, mocktail funzionali e persino drink a base di THC (tetraidrocannabinolo, il principale composto psicoattivo presente nella cannabis) al posto dei classici cocktail. Una delle pratiche più citate è lo zebra striping: alternare drink alcolici e non alcolici durante la stessa serata per evitare l’ubriacatura e il post-sbornia. Non è astinenza, ma gestione consapevole del consumo.

USA: benessere, legalizzazione e nuove bevande “funzionali”

Negli Stati Uniti il contesto normativo e culturale favorisce questa trasformazione. In molti Stati, la cannabis è legale o depenalizzata, e il mercato delle THC drinks – bevande leggere, dosate, spesso a basso contenuto psicoattivo – cresce come alternativa “controllabile” all’alcol. Qui la scelta è spesso legata a una logica di wellness, produttività e salute mentale: bere meno per dormire meglio, lavorare meglio, allenarsi meglio.

Secondo analisi di mercato diffuse da Nielsen e Mintel, i consumatori under 30 sono il motore della crescita delle bevande no- and low-alcohol, mentre i brand investono in storytelling, ingredienti naturali e benefici funzionali (energia, rilassamento, concentrazione). Il bere smette di essere eccesso e diventa ottimizzazione.

Italia: meno alcol, ma per motivi diversi

In Italia, la dinamica è più sottile. Anche qui i giovani bevono meno rispetto alle generazioni precedenti, ma il cambiamento non passa (ancora) dal THC né da un mercato strutturato di alternative funzionali. Il motivo è duplice: un quadro normativo molto restrittivo e una cultura del bere profondamente legata alla socialità, al cibo e al buon vino..

L’aperitivo resta centrale, ma si trasforma. Crescono le richieste di cocktail analcolici, spritz low-alcohol, kombucha, bevande fermentate e soft drink artigianali. La differenza è che in Italia il bere non è mai stato (almeno nel discorso pubblico) solo “sballo”: è rituale, convivialità, estetica. La Gen Z italiana non rinnega l’aperitivo, ma lo svuota dell’obbligo alcolico.

Anche qui emerge lo zebra striping, sebbene meno dichiarato: un drink alcolico, molto spesso un buon vino italiano, poi acqua, poi analcolico. Non per moda, ma per controllo. La sbornia è vista come perdita di tempo, non come trasgressione.

Due modelli, una stessa direzione

Il confronto tra USA e Italia mostra differenze culturali e normative, ma una convergenza di fondo:
– l’alcol non è più il centro della socialità;
– il controllo sostituisce l’eccesso;
– il benessere (fisico e mentale) entra nelle scelte di consumo.

Negli Stati Uniti la Gen Z sperimenta nuove sostanze e nuovi formati grazie a un mercato più fluido e a una maggiore accettazione della cannabis. In Italia, la stessa generazione lavora dall’interno della tradizione, adattandola: un bicchiere di vino, meno superalcolici, più scelta e più consapevolezza.

“Beviamo come se domani contasse”

La frase che circola online – Gen Z drinks like they’ve got plans tomorrow – funziona perché coglie il punto. Non è moralismo né proibizionismo. È un cambio di priorità.
La socialità resta, la festa anche. Ma l’idea di perdere il controllo come valore in sé non convince più.

Per i brand, i locali e l’industria delle bevande, il messaggio è chiaro: non si tratta di togliere l’alcol, ma di togliere l’obbligo di berne molto. E in questo spazio nuovo, la Gen Z – negli USA come in Italia – sta già costruendo un’altra cultura del bere.