Trump vuole costringere il mondo a pagare con i dazi i tagli alle imposte americane: ecco perché il suo piano difficilmente funzionerà
Il presidente americano, Donald Trump, sembra mirare niente di meno che a uno stravolgimento dell’ordine internazionale sul piano geopolitico ed economico. Ci riuscirà? Come reagirà il resto del mondo? Non ci saranno risposte chiare per molto tempo, ma possiamo fare alcune considerazioni.
Innanzitutto, non è detto che Trump operi in base ad un progetto stabile e coerente di politica economica. Il suo consigliere Peter Navarro e il ministro del Tesoro Scott Bessent hanno idee opposte sui dazi e il governo procede per tentativi e correzioni di rotta. Il che ovviamente porta ad una forte incertezza per gli operatori economici, famiglie e imprese.
Inoltre, le sue politiche sono contraddittorie Trump vuole principalmente forti tagli delle tasse e il suo piano è finanziarli attraverso i dazi. Ma, mentre la riduzione delle tasse avrebbe effetto in tempi lunghi, l’aumento dei dazi costituisce di fatto unimmediato gigantesco aumento di tassazione, pagato soprattutto dai consumatori americani e dalle imprese domestiche, in termini di minori profitti.
Il piano di Trump di costringere il mondo a pagare per i tagli alle imposte americane difficilmente funzionerà.
E per questo pensiamo che, al di là delle pause annunciate, sarà progressivamente ridotto. Ci sono, infatti, due grandi limiti alla politica economica di Trump:
- opera in un mondo multipolare: il commercio globale ha continuato ad espandersi dalla prima Presidenza Trump (+20% dal 2016 al 2024*), oggi la guerra commerciale non è più solo contro la Cina e perfino per gli USA è complicato agire con prepotenza nei confronti di tutto il resto del mondo. Gli altri paesi prenderanno decisioni in materia di appalti pubblici sfavorevoli agli interessi americani, sia che si tratti di decidere dove acquistare attrezzature per la difesa, sia che si tratti di decidere tra un’infrastruttura di intelligenza artificiale americana contro una cinese, per fare solo un paio di esempi.
- Il mercato obbligazionario non gli permetterà di ottenere i tagli fiscali nella misura voluta, perché riconosce che i dazi non sono una fonte di reddito sostenibile. Le entrate derivanti dai dazi diminuiranno nel tempo in seguito al cambiamento dei modelli di commercio globali, mentre gli effetti del taglio delle tasse sul deficit di bilancio USA, che è già ora pari al 7%*, sono destinati a durare.
Ad inizio aprile i rendimenti USA a 10 anni si sono assestati intorno al 4%*, mentre due anni fa, a causa dei timori di recessione in seguito al crollo della Silicon Valley Bank, erano scesi sotto il 3,5%*. Come mai? Per i timori sul piano fiscale. Inoltre, il $ ha continuato ad indebolirsi.
Se i timori sulla sostenibilità fiscale continuassero a prevalere sull’effetto depressivo dei rendimenti derivanti dal calo dell’attività economica, si produrrebbe una situazione complicata da gestire sia per il Tesoro che per la Fed.
E quando l’indice di gradimento del Presidente inizierà a scendere e la disoccupazione inizierà a peggiorare, Trump dovrà fare marcia indietro su alcune delle sue mosse estreme di politica commerciale. La questione è la tempistica. Se la marcia indietro inizierà già nelle prossime settimane, si potrà evitare una recessione. Diversamente, difficilmente potrà essere scongiurata.

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