Unione dei risparmi e degli investimenti: l’Europa guarda ai capitali delle famiglie
Dalla frammentazione dei mercati al modello scandinavo dei “conti di risparmio e investimento”, la nuova strategia UE punta a trasformare liquidità inattiva in crescita, con una leva soprattutto fiscale

Il concetto di “Unione dei risparmi e degli investimenti” (Savings and Investments Union) è diventato uno dei pilastri del dibattito economico europeo più recente. Alla base c’è una constatazione tanto semplice quanto problematica: le famiglie europee detengono una quantità enorme di risparmio finanziario, ma una parte rilevante di queste risorse resta parcheggiata in liquidità o in strumenti a basso rendimento, mentre le imprese — in particolare PMI e scale-up innovative — faticano a trovare capitali di lungo periodo per crescere e competere a livello globale.
Secondo le stime della Commissione europea, i risparmi delle famiglie nell’UE superano i 30.000 miliardi di euro, ma solo una quota limitata viene canalizzata verso il finanziamento diretto dell’economia reale. Il risultato è una doppia inefficienza: da un lato rendimenti modesti per i risparmiatori, dall’altro un sistema produttivo che dipende eccessivamente dal credito bancario e da capitali extra-UE.
Dalla Capital Markets Union alla Savings and Investments Union
L’Unione dei risparmi e degli investimenti rappresenta un’evoluzione dell’ormai nota Capital Markets Union (CMU). Se la CMU aveva come obiettivo principale l’integrazione dei mercati dei capitali europei, la nuova impostazione mette al centro il risparmiatore e il suo ruolo attivo nel finanziare imprese, infrastrutture e transizione verde e digitale.
Il messaggio politico è chiaro: non basta armonizzare regole e mercati, serve anche rendere conveniente, semplice e fiscalmente attrattivo per le famiglie investire direttamente o semi-direttamente nelle imprese europee. In questo senso, la leva fiscale diventa cruciale.
Il modello scandinavo: conti di risparmio e investimento
Non è un caso che Bruxelles guardi con interesse ai Paesi nordici. In Svezia, Danimarca e Finlandia esistono da anni strumenti come gli Investment Savings Accounts (ISK) o equivalenti, spesso citati come buone pratiche di successo.
Il funzionamento è relativamente semplice:
- il risparmiatore apre un conto dedicato agli investimenti (azioni, ETF, fondi);
- i rendimenti non sono tassati secondo il regime tradizionale su capital gain e dividendi;
- al loro posto si applica una tassazione forfettaria e molto contenuta, calcolata sul valore medio del conto.
Questo meccanismo riduce drasticamente la complessità fiscale, abbassa la percezione del rischio e incentiva l’investimento di lungo periodo, rendendo l’accesso ai mercati finanziari più democratico. In Svezia, questi conti sono diventati uno strumento di massa, utilizzato non solo dagli investitori sofisticati ma anche da famiglie e giovani risparmiatori.
Una valenza soprattutto fiscale (ma non solo)
L’aspetto chiave di questi strumenti e quello che l’UE intende replicare è la loro valenza fiscale. Non si tratta di sussidi diretti o di interventi pubblici invasivi, ma di incentivi indiretti che orientano le scelte di portafoglio:
- tassazione più bassa rispetto ai conti tradizionali;
- semplificazione degli adempimenti;
- maggiore prevedibilità del carico fiscale nel tempo.
Tuttavia, l’impatto va oltre il fisco. Questi conti favoriscono una maggiore cultura finanziaria, spingono i risparmiatori a ragionare in ottica di medio-lungo periodo e contribuiscono a creare un legame più diretto tra cittadini e sistema produttivo.
Perché l’Europa ne ha bisogno ora
Il rilancio del tema non è casuale. L’UE si trova di fronte a sfide strutturali enormi:
- transizione energetica e climatica;
- digitalizzazione e intelligenza artificiale;
- rafforzamento della base industriale e tecnologica;
- riduzione della dipendenza da capitali esteri, in particolare statunitensi e asiatici.
Tutti questi aspetti richiedono investimenti massicci e pazienti, difficili da finanziare solo con debito pubblico o credito bancario. Da qui l’idea di mobilitare il risparmio privato europeo, trasformandolo in capitale di rischio e di crescita.
Il nodo italiano: molto risparmio, poco investimento diretto
In Paesi come l’Italia il potenziale è enorme, ma il gap è evidente. Le famiglie italiane sono storicamente grandi risparmiatrici, ma anche fortemente avverse al rischio, con una preferenza marcata per liquidità, immobili e titoli di Stato.
Un’eventuale declinazione italiana dell’Unione dei risparmi e degli investimenti sul modello dei conti scandinavi potrebbe rappresentare un cambio di paradigma, a patto di essere accompagnata da:
- stabilità normativa;
- incentivi fiscali chiari e duraturi;
- strumenti semplici e comprensibili;
- un rafforzamento dell’educazione finanziaria.

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