Climate change: 4 temi per la transizione energetica

Deirdre Cooper, Graeme Baker -

Ormai è indubbio: la transizione energetica è una sfida globale che richiede un’azione importante da parte degli investitori.

È improbabile, infatti, che gli approcci tradizionali, come il disinvestimento, siano sufficienti a far fronte alla portata del rischio climatico sistemico presente nei portafogli istituzionali. A nostro avviso, inoltre, il carbon risk delle allocazioni azionarie tradizionali a livello globale è significativamente sottostimato.

Ma molto si può fare: gli investitori, attraverso una migliore misurazione e un attento engagement, possono gestire il rischio legato al carbonio dei loro portafogli e, allo stesso tempo, ottenere esposizione alle aziende in grado di fornire soluzioni per l’enorme sfida ambientale che stiamo affrontando.

In tal modo, gli investitori possono investire in modo positivo su quelle società – in genere sottorappresentate nei portafogli – che portano avanti il processo di decarbonizzazione e che dovrebbero godere di una crescita strutturale, andando così compensare il carbon risk delle altre porzioni del portafoglio.

Ecco quattro temi di riferimento per la transizione energetica.

Investimento positivo: allocazioni in aziende che potranno beneficiare della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio

Per capire quali società subiranno maggiormente l’impatto del rischio climatico è necessario valutare un considerevole numero di incognite, incluse la domanda globale di fonti di energia, il prezzo del carbonio e i cambiamenti nel comportamento dei consumatori.

I vincitori della transizione energetica sono società che crescono velocemente e che saranno il motore di un profondo cambiamento nel modo in cui le persone lavorano, viaggiano, ottengono e utilizzano l’energia.

Queste imprese sono esposte al settore delle energie rinnovabili, dell’efficienza delle risorse e dell’elettrificazione.

Puntare sulla sostenibilità non solo permette di accedere a società dalle grandi prospettive di crescita ma fornisce anche una copertura efficace contro il carbon risk di un portafoglio.

Inoltre, permette di diversificare l’investimento rispetto alle asset allocation tradizionali.

Monitoraggio ed engagement: società strutturalmente esposte alla transizione energetica

Questo tema riguarda quelle aziende che sono strutturalmente esposte alla transizione energetica in virtù del proprio business nel settore dell’energia, dell’industria mineraria o dell’industria pesante. Molte di queste imprese, infatti, devono fare i conti con un futuro in cui le persone utilizzeranno sempre meno il loro prodotto finale, e hanno necessità di riflettere su quale debba essere la strategia di sopravvivenza e come la comunità degli investitori tratterà un settore che genera significativi flussi di cassa e dividendi, ma che è responsabile di gran parte delle emissioni di CO2.

Noi guardiamo ad aziende che sviluppano attivamente un expertise nelle energie rinnovabili e in soluzioni energetiche integrate e che fanno evolvere il proprio business model per trasformarsi in protagonisti della transizione energetica.

Questo significa un focus crescente sul gas naturale, una significativa riduzione del capex connesso al settore petrolifero e un forte impegno a restituire gli eccessi di liquidità agli azionisti sotto forma di dividendi e buyback. L’engagement è un elemento essenziale di questo tema. A nostro avviso, i migliori esempi fino ad ora sono società come Royal Dutch Shell, Total e BP.

Tutte e tre le aziende hanno un’esposizione diretta al solare, all’eolico, alla ricarica di veicoli elettrici, alla tecnologia delle batterie e ai biocarburanti, mentre hanno convertito la propria attività oil & gas più verso il gas, stando lontane dal petrolio ad alto costo.

Crediamo che un programma di engagement sistematico possa portare ad un cambiamento reale nel modo in cui queste compagnie gestiscono il proprio business, e che questo sia un modo molto più efficace di gestire il rischio delle emissioni di CO2 rispetto alla semplice decisione di vendere le compagnie in portafoglio.

Carbon risk: misurare, evolvere e sopravvivere, oppure disinvestire

Oggi il carbone è più costoso delle energie rinnovabili, su scala globale, e questo gap è destinato ad aumentare, sottolineando i rischi finanziari e ambientali di quel tipo di investimento. Ciò avrà un impatto negativo sui paesi esportatori di carbone, così come sulle società estrattive e che operano nel settore dell’energia. Petrolio e gas ad alti costi e le utility basate sul carbonio saranno impattate negativamente anche dalla transizione verso un futuro low carbon.

Per quelle società del settore energetico che mancano della capacità o volontà di evolvere, ci aspettiamo che la transizione energetica avrà effetti Darwiniani. Gli investitori le eviteranno, in taluni casi disinvestiranno. È importante, inoltre, tenere presente che il rischio legato al carbonio non è presente solo in quelle compagnie che estraggono petrolio, gas e carbone. Anche le società che utilizzano i combustibili fossili come base per la propria produzione, o che necessitano di catene di approvvigionamento a forte intensità di carbonio o ancora realizzano prodotti ad alta emissione di carbonio sono a rischio nella transizione energetica.

Per questo è necessario che le aziende siano sempre più trasparenti e forniscano dati più accurati per permettere una migliore comprensione delle emissioni di carbonio.

Evitare la “bolla green”

Un’esposizione al carbone, così come al petrolio e gas ad alto costo e alle utilities ad alta intensità di carbonio, appare svantaggiosa nel lungo-termine, quindi ci aspettiamo di vedere un fenomeno di distruzione del valore nel quadrante finale dello schema della transizione energetica, che ci sembra appropriato definire come “Bolla Green”.

ùSi tratta di aziende e asset che sono esposti alla decarbonizzazione del sistema energetico globale, ma in termini economici si dimostreranno non redditizi.

La sfida per gli investitori sarà distinguere tra aziende dalla crescita sostenibile e bolla verde: entrambi i gruppi saranno esposti alle stesse tendenze del settore, ma ci aspettiamo risultati di investimento molto diversi.

Guardiamo a società con una crescita strutturale, ritorni sostenibili e un vantaggio competitivo, fornito da tecnologia e market share. Le imprese parte della bolla verde saranno riconoscibili per le basse barriere all’ingresso, nessun vantaggio in termini di costi e rendimenti bassi. Queste aziende vedranno una “crescita senza profitto” e non offriranno rendimenti sostenibili per gli azionisti.

Un solare di bassa qualità potrebbe essere un buon esempio di questo, così come parti della catena del valore della batteria – proprio come le compagnie aeree e la telefonia fissa si sono dimostrati settori a basso rendimento in passato, nonostante i forti tassi di crescita e le curve di adozione.


Deirdre Cooper e Graeme Baker – Portfolio Managers della Global Environment Strategy – Investec AM