Conoscete la ricetta dell’investimento a impatto quotato?

-

In un momento in cui gli apprendisti cuochi, con l’allentamento dei lockdown, stanno progressivamente deponendo i grembiuli preferendo le terrazze degli chef più agguerriti, vogliamo condividere una ricetta che ci sta a cuore e sulla quale lavoriamo da quasi cinque anni: quella dell’investimento a impatto quotato! Molti ci stanno provando nell’industria della gestione patrimoniale ma non tutti hanno trovato la formula giusta. Va detto che per raggiungere l’obiettivo ci sono voluti tempo e una buona dose di convinzione.

L’intenzionalità, o la scelta degli ingredienti

Tre sono le condizioni necessarie per realizzare un grande piatto: la ricetta giusta, gli ingredienti giusti e la brigata giusta in cucina. Lo stesso accade per l’investimento a impatto! La ricetta è l’intenzione che muove il gestore: deve essere la più chiara possibile e al servizio dell’impatto generato dai suoi investimenti. Bisogna poi scegliere attentamente la metodologia e impiegare tutti i mezzi necessari per portare questo processo d’investimento impegnativo a termine, con successo. Infine, è essenziale che la governance attorno al prodotto sia di qualità, con un team di gestione impegnato da un lato, ed esperti esterni dall’altro, fonti di contropoteri. Come in cucina, del resto, è possibile aggiungere un pizzico di originalità per fare la differenza e firmare il carattere distintivo del prodotto finale con, ad esempio, la ridistribuzione di parte delle commissioni di gestione a favore di progetti a impatto positivo.

L’addizionalità, o la qualità della preparazione

Una ricetta collaudata, ingredienti di qualità e una brigata appassionata vanno sicuramente bene, ma non bastano! Affinché la magia si concretizzi nel piatto, lo chef si arma spesso di pazienza durante la preparazione perché gli ingredienti abbiano tutto il tempo necessario per sprigionare le loro qualità al meglio. Attento al minimo dettaglio, lo chef deve a volte sapere anche decifrare i codici! Questi grandi principi possono essere trasposti all’impact investing. Per quanto riguarda la tempistica, un minimo di tre anni è secondo noi generalmente necessario per dare a ogni azienda in cui siamo investiti, il tempo di implementare la sua strategia e di decuplicare il suo impatto, esprimendo così appieno il suo potenziale. È essenziale, durante questo periodo, che il gestore affianchi le aziende nel loro cammino affinché facciano crescere il loro impatto positivo. Si può, infine, avviare una riflessione sulla scelta delle aziende da affiancare, per sostenere quelle che non sono necessariamente sotto i riflettori e che meritano, forse anche più di altre, di essere sostenute nella loro transizione – come uno chef sosterrebbe i piccoli produttori locali o quelli che si stanno convertendo al biologico. Queste sono le sfaccettature dell’addizionalità, quel tocco di anima in più che si rivela essenziale nell’impact.

La misurabilità, o il tempo per la degustazione

La preparazione, una volta ultimata, è seguita dall’atto cruciale della degustazione o della raccolta dei pareri dei critici gastronomici. Ritroveremo nel gusto l’alchimia tra i vari ingredienti? Il risultato sarà all’altezza dei mezzi, della passione e dell’energia impiegata? Nell’impact investing, tutto questo corrisponde all’esercizio di misurazione dell’impact. La trasparenza offerta deve permettere ai clienti di verificare che l’impatto generato dal fondo e dalle aziende in portafoglio sia all’altezza della promessa iniziale. Proprio come una mancia va a premiare il buon cibo, parte della remunerazione variabile del gestore può essere indicizzata al raggiungimento di questo obiettivo di impatto. Come ogni chef che si rispetti, cerchiamo ogni anno di migliorare la nostra ricetta, al servizio di un impatto ambientale e sociale sempre maggiore attraverso il nostro fondo impact: Echiquier Positive Impact Europe.