Perché la vittoria di Trump può innescare un rilancio del credito asiatico
Mentre i mercati metabolizzano il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’attenzione si sta spostando sull’impatto in Asia, in particolare sulla Cina. Le prime valutazioni potrebbero suggerire delle sfide per la regione, con le banche centrali asiatiche (che sono fortemente influenzate dalla politica della Federal Reserve) che potrebbero adottare un atteggiamento di politica monetaria più cauto. Sebbene la Fed si sia per il momento attenuta al suo piano di gestione dei tassi, tagliando il tasso di riferimento di 25 punti base la scorsa settimana, il percorso dei tagli potrebbe essere molto meno netto, date le politiche inflazionistiche previste negli Stati Uniti.
Il credito asiatico denominato in dollari potrebbe avvantaggiarsi di benefici inattesi, in quanto le politiche annunciate da Trump sostengono ulteriormente le dinamiche favorevoli di domanda e offerta per questa asset class, in un contesto di maggiore resilienza delle economie della regione. Ciò ha contribuito a rimodellare la narrativa relativa al comparto. Storicamente, il credito asiatico ha rappresentato l’ultima spiaggia per gli investitori globali, che spesso lo consideravano una fonte di volatilità rispetto a mercati più consolidati come Stati Uniti, Europa e mercati emergenti.
Ecco i tre fattori chiave iniziali della potenziale ripresa:
1. Dollaro più forte e più a lungo
Poiché oltre il 70% della base di investitori nel credito asiatico in dollari proviene dalla regione, un dollaro forte incoraggia gli operatori locali e internazionali ad aumentare la loro esposizione. Ciò potrebbe essere controbilanciato dal fatto che gli emittenti asiatici potrebbero rivolgersi ai mercati locali per il rifinanziamento, limitando così la nuova offerta di obbligazioni denominate in dollari e creando una dinamica favorevole alla domanda e all’offerta.
Per i governi della regione, la flessibilità per operare tagli ai tassi di interesse è diminuita a causa dell’adozione di un atteggiamento difensivo per proteggere le loro valute, con la Cina particolarmente sotto i riflettori. Tuttavia, Pechino sta spostando la sua attenzione sulla politica fiscale piuttosto che sulle misure monetarie per stabilizzare la sua economia. Inoltre, spesso si sottovaluta la portata delle riforme che i Paesi asiatici hanno attuato dopo il “taper tantrum” del 2013, quando il panico dei mercati è stato scatenato dai piani di riduzione del programma di quantitative easing della Fed. La resistenza dimostrata da India e Indonesia durante il recente ciclo di rialzo dei tassi d’interesse statunitensi sottolinea questo punto. Inoltre, durante la precedente presidenza Trump, dal 2016 al 2020, il dollaro USA si è mosso in linea con i tipici cicli dei tassi di interesse, illustrando la capacità della regione di adattarsi a queste condizioni economiche.
2. Dazi commerciali – il primo taglio (sotto la prima presidenza Trump) è stato il più profondo
Molte delle cattive notizie legate alla retorica di Trump sull’imposizione di dazi del 60% sulle merci cinesi e fino al 20% sull’Asia ex-Cina sono state più che prezzate.
La Cina ha subito il peso dei dazi durante la prima presidenza Trump, quando il commercio globale era al suo apice. In risposta a un contesto commerciale più complesso, dal 2018 ha diversificato strategicamente le sue esportazioni dagli Stati Uniti e da altri mercati sviluppati, aumentando la sua quota nei mercati emergenti. Di conseguenza, la Cina ha mantenuto la sua posizione di maggiore esportatore globale, riducendo al contempo la sua dipendenza dai mercati sviluppati. Riteniamo che il mercato possa sovrastimare l’impatto negativo delle tensioni commerciali sulla Cina, sottovalutando invece gli effetti negativi su altre regioni, come Europa e Messico.
Detto questo, anche se il deficit commerciale tra Stati Uniti e Cina è diminuito rispetto al precedente mandato di Trump, i deficit con altri Paesi esportatori asiatici sono cresciuti in modo significativo. Questo cambiamento potrebbe attirare maggiore attenzione. Considerando l’obiettivo di Trump di ridurre i deficit commerciali, è possibile che ciò comporti l’imposizione di dazi statunitensi su altre economie asiatiche. Riteniamo comunque che il resto dell’Asia sia in grado di resistere a un aumento dei dazi del 10%, in quanto una parte di questi sarà compensata da migliori condizioni commerciali.
3. Le politiche di Trump spingono a una rotazione verso i crediti domestici
Le misure politiche annunciate dalla Cina al Congresso Nazionale del Popolo (NPC), pur non soddisfacendo appieno gli investitori che speravano in un’operazione di reflazione, sono di supporto dal punto di vista del credito. Queste misure contribuiscono a mitigare il rischio di coda, a ridurre le insolvenze e a creare un ambiente favorevole al credito. La Cina ha annunciato un programma pluriennale di rifinanziamento del debito locale per 10.000 miliardi di yuan (1.390 miliardi di dollari), di cui 6.000 miliardi di nuovo debito e 4.000 miliardi di rifinanziamento. Questa iniziativa trasforma efficacemente il debito nascosto in debito ufficiale, estende il profilo di scadenza del debito e riduce l’onere degli interessi.
Le carte di Trump?
Il ritorno di Donald Trump alla presidenza comporta potenziali sfide per l’Asia attraverso le politiche commerciali, ma presenta anche opportunità inaspettate. Il credito asiatico denominato in dollari potrebbe di conseguenza beneficiare di fattori tecnici più favorevoli, mentre la tenuta economica della regione offre ulteriori motivi di ottimismo. Le recenti misure di stabilizzazione in Cina andranno probabilmente a beneficio di altri Paesi della regione e anche i responsabili politici inizieranno ad affrontare in modo più proattivo le sfide che le loro economie devono affrontare.